Nel "ghetto" di Rignano ruspe al lavoro per abbattere le baracche

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Trasferiti i migranti in strutture d'accoglienza, sono iniziate le operazioni per demolire e bonificare la baraccopoli nel Foggiano. Indagini in corso per capire le cause dell'incendio, in cui hanno perso la vita due persone. Sit-in di solidarietà davanti al Viminale

Ruspe in azione, nell’ormai ex “Gran Ghetto” di Rignano Garganico, per abbattere le baracche rimaste in piedi dopo l’incendio in cui hanno perso la vita due uomini del Mali. In questa baraccopoli, fino a ieri, abitavano centinaia di migranti, soprattutto di origini africane. La maggior parte di loro veniva sfruttata nelle campagne del Foggiano.



Ruspe al lavoro - Al lavoro per le operazioni di abbattimento, e poi di bonifica della zona, ci sono quattro ruspe e un centinaio di persone tra agenti di polizia, carabinieri e vigili del fuoco. Ad osservare c’è anche qualche migrante africano, rimasto sul posto. Le ruspe erano entrate in azione già ieri sera, quando la baraccopoli era stata sgomberata e le persone che ci vivevano trasferite in due strutture. I lavori, però, erano stati interrotti perché in alcune baracche erano state trovate ancora delle bombole di gas. Le operazioni, quindi, sono riprese stamattina.



Lo sgombero e l’incendio - Nel “Gran Ghetto”, nelle campagne tra San Severo, Rignano Garganico e Foggia, tre giorni fa era iniziato lo sgombero di circa 350 migranti. Sgombero ordinato dalla Prefettura dopo che la Dda di Bari aveva revocato la facoltà d'uso della baraccopoli, da mesi sotto sequestro per presunte infiltrazioni criminali. Parte dei migranti, però, si era rifiutata di lasciare il ghetto.

Mercoledì mattina circa 200 di loro avevano protestato davanti alla Prefettura di Foggia: non volevano andare via, hanno spiegato, perché ogni mattina lì nel “Gran Ghetto” arrivavano i caporali per reclutare la manodopera da portare al lavoro per pochi euro nei campi della Capitanata. Nella notte tra giovedì e venerdì, poi, è divampato l’incendio che ha ucciso Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, di 33 e 36 anni, fuggiti dal Mali. Il rogo ha distrutto oltre 100 delle numerose baracche fatte di compensato e cartone.



Indagini in corso - La Procura della Repubblica di Foggia ha avviato un’inchiesta per omicidio e incendio colposo a carico di ignoti. L'ipotesi al vaglio del procuratore Leone de Castris e del pm Alessandra Fini è che le fiamme siano divampate da una stufa o da uno dei fornelli che i migranti lasciavano accesi durante la notte per provare a riscaldarsi. Saranno le autopsie e gli altri accertamenti in corso a fornire ulteriori elementi d'indagine.

 

Sit-in di solidarietà - Per manifestare la propria solidarietà ai migranti del Foggiano, diversi attivisti si sono dati appuntamento davanti al Viminale, a Roma. “Lo Stato deporta, sgombera, uccide. Solidali con chi lotta nei ghetti a Foggia”, si legge su uno striscione.

Del rogo ha parlato anche Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia. “Quel campo era una vergogna per l'Italia”, ha detto dopo aver ricordato i due uomini morti.

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