Greenpeace: irregolare l'80% delle etichette sul pesce fresco

Il pesce fresco dev'essere venduto fornendo al consumatore una lunga serie di infromazioni (Getty Images)
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In Italia, secondo l'organizzazione, ci sono casi di totale assenza di informazioni obbligatorie per la normativa Ue o errori nell’indicazione delle stesse. Un danno anche per l'ecosostenibilità

Quasi l'80% delle etichette e delle informazioni apposte sul pesce fresco in Italia non rispetterebbe tutti i requisiti dei regolamenti comunitari, in vigore già dal 2014. Lo denuncia il rapporto “Muta come un pesce”, redatto da Greenpeace, che ha monitorato i banchi ittici di oltre 100 rivenditori italiani, divisi fra mercati, supermercati e pescherie.

L'assenza di molte informazioni, "siano esse la totale assenza di informazioni obbligatorie o errori nell’indicazione delle stesse", secondo Greenpeace impedirebbe al consumatore di optare per prodotti più ecosostenibili.

 

Cosa prevede la legge europea – Le normative Ue che riguardano l'etichettatura del pesce fresco (i Regolamenti 1169/2011 e 1379/2013) prevedono che vengano messe in evidenza una lunga serie di informazioni. È obbligatorio segnalare l'attrezzo di pesca utilizzato, il nome scientifico e commerciale della specie venduta, l'esatta denominazione della zona o sottozona di cattura Fao e il metodo di produzione (se il pesce è pescato, allevato o catturato in acque dolci). Non solo: il tutto deve essere scritto “nell’etichetta in modo chiaro, comprensibile e leggibile”. Alla prova dei fatti, però, il pesce fresco italiano si dimostrerebbe “muto” nel comunicare molte di queste informazioni.

 

Dal mercato alla pescheria – L'analisi basata sulle informazioni raccolte in 13 regioni italiane ha mostrato che, in media, il nome scientifico del pesce sarebbe assente nel 34,1% delle etichette analizzate; nel 36,3%, invece, mancherebbe l'indicazione dell'attrezzo di pesca; e, infine, nel 56,6% dei casi non verrebbe correttamente indicata la zona di cattura.

Nell'11% delle etichette quest'ultimo requisito è addirittura assente. La situazione cambia parecchio fra le diverse tipologie di rivenditore.

A presentare il maggior numero di irregolarità sarebbero i mercati rionali e le pescherie. Ad esempio, nei primi solo il 9% delle etichette sarebbe in regola sull'indicazione del luogo di cattura; mentre, nel 61,8% dei casi, mancherebbero le informazioni relative al metodo di pesca. Quest'ultimo dato presenterebbe risultati migliori nelle pescherie, anche se resterebbe assente nella maggioranza dei casi (il 53,8%); per quanto riguarda il luogo di cattura, invece, in questi negozi sarebbe in regola solo il 19,4% delle etichette.

 

 

La situazione nei supermercati – Le irregolarità calerebbero drasticamente in supermercato, anche se il bilancio resterebbe, anche qui, “lontano dall'essere perfetto”.

Secondo il rapporto di Greenpeace, l'indicazione sull'attrezzo di pesca sarebbe assente nel 19,5% dei casi, mentre la corretta indicazione del luogo di cattura resterebbe fermo al 48% delle etichette.

“A parte Esselunga”, evidenzia il comunicato dell'organizzazione, “in tutte le catene visitate, tra cui Coop o Carrefour - le infrazioni registrate sono ancora troppo numerose”.

Non si tratta solo di una questione formale. “Solo conoscendo l'attrezzo di pesca e la zona di cattura esatta i consumatori possono scegliere il pesce più sostenibile, ovvero quello locale catturato con metodi che hanno un minor impatto sull'ambiente”, ha commentato Serena Maso, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia. “Compiere scelte responsabili”, ha concluso, “non solo aiuta il mare, ma anche i piccoli pescatori locali”.

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