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A organizzare il raggiro due persone domiciliate tra le province di Como e Monza Brianza, oltre al titolare e all'amministratore di una società casertana che tra il 2014 e il 2016 ha fatturato circa due milioni di euro

Chiedevano abiti usati per gli “italiani in difficoltà” per poi rivenderli all'estero attraverso un giro che gli avrebbe fruttato almeno 2 milioni di euro in poco meno di due anni. Il sistema scoperto al termine di una lunga indagine degli uomini della Guardia di Finanza di Gorizia ha portato alla denuncia in concorso di quattro persone per il reato di traffico illecito di rifiuti, dal momento che gli abiti usati sono ritenuti tali dalla legge. 

 

I volantini di richiesta – Il sistema di raccolta sarebbe stato messo in atto in diversi paesi della province di Gorizia, Udine e Trieste dove a partire dal dicembre 2014, gli indagati avrebbero affisso, senza autorizzazioni comunali, numerosi volantini con l'intestazione "Aiuto Italia" e "Partito dei Poveri". Era questo il metodo con cui chiedevano ai cittadini di donare i propri capi d’abbigliamento destinati agli "italiani in difficoltà".

Invece, secondo le accuse, i quattro sfruttavano 16 richiedenti asilo di nazionalità pakistana e afghana per compiere il giro delle abitazioni con un furgone e ritirare i sacchi d'indumenti lasciati fuori dalla porta dai donatori. Infine nascondevano il tutto in un deposito nascosto a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine da dove, grazie a una falsa documentazione di viaggio e alla complicità di un'impresa di trasporto napoletana, venivano trasferiti in una società con sede in provincia di Caserta che provvedeva a selezionarli, dividerli per tipologia e rivenderli all’estero.

 

 

Le destinazioni – Da Caserta gli abiti venivano poi inviati Bulgaria, Grecia, Albania, Egitto, Giordania, Tunisia, Guinea, Pakistan e Sudafrica. C'è voluto più di un anno di indagini per arrivare a far luce sul sistema. Gli uomini delle fiamme gialle hanno osservato a lungo tutti movimenti con cui la finta organizzazione avrebbe attuato il proprio disegno criminale: dai contenuti degli annunci e dall’assiduità con cui venivano effettuate le raccolte nei paesi interessati.

 

L'indagine della direzione distrettuale Antimafia del Tribunale di Trieste, competente in materia di reati ambientali, è stata condotta anche grazie ad appostamenti, pedinamenti, videoriprese e ricorrendo a strumenti di localizzazione satellitare con i quali gli uomini della GdF hanno monitorato tutte le fasi della raccolta e stoccaggio degli abiti. Un traffico che dal dicembre 2014 a oggi avrebbe permesso di raccogliere circa 120 tonnellate di indumenti per un valore di 2 milioni di euro.

 

La perquisizione – Dopo aver raccolto sufficienti elementi d'indagine, i militari hanno avviato una perquisizione nei locali dell'azienda campana destinataria dei sacchi da inviare all'estero. Tra i pacchi di abiti pronti per la vendita sono stati rinvenuti proprio i volantini affissi in quasi tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia.

 

La scoperta ha permesso di collegare lo stock di abiti alla raccolta illecita e denunciare i due organizzatori, domiciliati tra le province di Como e Monza Brianza, il titolare dell’impresa di trasporto e l’amministratore della società casertana, questi ultimi residenti nel napoletano. Su di loro pende l'accusa di traffico illegale di rifiuti, reato punibile con la reclusione da uno a 6 anni.

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