Muore al San Camillo, il figlio a Sky TG24: trattato senza dignità

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Il direttore dell’ospedale sanitario chiede scusa: “Non si può giustificare l’ingiustificabile”

Il San Camillo si scusa, "perché non si può giustificare l'ingiustificabile". Parla così a Sky TG24 il direttore sanitario dell'ospedale romano, Luca Casertano. Lo dice guardando negli occhi Patrizio Cairoli, figlio dell'uomo abbandonato per 56 ore su una barella del Pronto Soccorso e morto davanti all'"indifferenza dei medici". "Mio padre - dice Patrizio Cairoli, in collegamento con Sky TG24- è stato trattato senza dignità".

 

 

Un'agonia di due giorni - L'uomo, giornalista di Askanews, ha deciso di raccontare la vicenda del padre Marcello per impedire che situazioni del genere si ripetano. "Non voglio fare polemiche, non ce l'ho col ministro Lorenzin -  alla quale ha scritto una lettera, ndr -  e non ce l'ho con il San Camillo. Però è importante capire che bisogna sempre rispettare le persone. Capisco anche i problemi strutturali che ci possono essere in un ospedale, ma qui si tratta di un'altra cosa. Io parlo di dignità e di rispetto. E per questi credo che non servano né fondi né attrezzature". Queste le parole di Patrizio Cairoli.

 

“Non posso giustificare l’ingiustificabile”- Il direttore sanitario dell'ospedale Luca Casertano ascolta in silenzio e poi chiede scusa. "La questione dei posti letto - spiega - è un limite che stiamo cercando di affrontare". Anche il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha fatto le sue scuse ai familiari e in un post su Facebook ha detto: "Quanto accaduto al signor Marcello Cairoli non doveva succedere, non da noi. In Italia il pronto soccorso degli ospedali non è e non deve essere l'ultima tappa della vita di un paziente oncologico. Approfondiremo ogni aspetto di questa vicenda, raccontata da Patrizio con tanto coraggio, amore e indignazione".

 

Sarà compito degli ispettori ora accertare cosa è accaduto e cosa non ha funzionato.

 

Il racconto di Patrizio - A giugno Marcello Cairoli, padre di Patrizio, si vede diagnosticato un cancro alla prostata, i medici che lo visitano gli assicurano che si può curare. Il tempo passa e le metastasi si diffondono in tutto il corpo ma nessuno spiega a Patrizio la gravità della situazione: gli avevano detto che l'uomo sarebbe vissuto anni, invece è sopravvissuto tre mesi. Solo il medico di base, amico del padre da una vita, aveva consigliato il ricovero in una struttura adeguata che Patrizio, spiega, aveva dovuto cercare personalmente senza sapere che ormai era troppo tardi. Il 22 settembre alle 4 del mattino Marcello ha una crisi e i familiari chiamano un'ambulanza che lo porta al San Camillo, punto di riferimento per i casi più gravi. Patrizio aveva capito che il padre era in condizioni critiche, ma i medici che lo seguivano, in un altro ospedale, gli avevano dato sempre speranze.  “Mio padre non era moribondo quando abbiamo chiamato l’ambulanza ma quando l’ho rivisto sette ore dopo, durante l’orario visite, la situazione era precipitata. In quel momento ho capito che mio padre non sarebbe più uscito dall'ospedale". E continua: "Quando abbiamo chiesto di trasferire nostro padre in un luogo più appartato, lontano dal caos del Pronto soccorso e dalla promiscuità, la risposta è stata che non avevano niente di meglio. Ed eravamo già fortunati ad avere quel letto. Allora abbiamo chiesto, per favore, un paravento, ma ci hanno risposto che i paraventi servivano ai medici durante le visite. La morte, in quell'ospedale, non merita privacy".

 

 

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