Aldrovandi: madre ritira querele a Giovanardi e agli agenti

Patrizia Aldrovandi, madre di Federico Aldrovandi, con il senatore Luigi Manconi
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Patrizia Moretti, a dieci anni dalla morte del figlio, dice: "Non voglio neanche più sentir pronunciare il loro nome. Ora basta, non spenderò più un minuto della mia vita per queste persone"

Niente più aule di tribunale, niente più incontri con persone "che hanno offeso e insultato mio figlio", niente più avvocati e risposte a provocazioni: la mamma di Federico Aldrovandi, a dieci anni dalla morte del figlio, ritira le querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell'agente Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per l'uccisione di Federico, e del segretario del Coisp Franco Maccari.
"Non voglio neanche più sentir pronunciare il loro nome. Ora basta, non spenderò più un minuto della mia vita per queste persone".
E poi: "A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro".



Patrizia Moretti lo ha annunciato al Senato, proprio mentre l'Aula cambiava nuovamente il ddl sul reato di tortura, rimandando il testo alla Camera. "Ho riflettuto a lungo - ha spiegato Patrizia con le lacrime agli occhi - e alla fine mi sono accorta che avevamo vinto su tutti i fronti: non vi era più alcun dubbio tra l'opinione pubblica sulle persone che ho querelato". Dunque andare avanti "sarebbe stata una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe concretamente a nessuno se non alla loro visibilità".

La morte di Federico e la condanna dei poliziotti - Federico morì a luglio del 2005, in seguito ad un intervento della polizia: 4 agenti sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi in via definitiva ma la pena è stata ridotta a 6 mesi grazie all'indulto. "Non dovevano più indossare quella divisa" scrive Patrizia in una lettera in cui spiega i motivi della sua scelta, perché "nessuno può indossare una divisa dello Stato se pensa che sia lecito e giusto uccidere".

"Azioni volgari e offensive" - La sentenza non ha chiuso il calvario della famiglia Aldrovandi. Durante e dopo il processo, "che è stato per me, per mio marito Lino e per mio figlio Stefano una fatica atroce", sono proseguite le accuse. "Dichiarazioni e azioni volgari e offensive" dice Patrizia.
Come quelle del senatore Giovanardi che "ebbe il coraggio di dire che il cuscino sotto la testa di Federico all'obitorio non era macchiato di sangue ma era rosso". Per quelle frasi la giunta del Senato aveva concesso lo scorso marzo l'autorizzazione a procedere.
Altre "falsità e bugie" sono arrivate dal segretario del Coisp Franco Maccari, che organizzò una manifestazione proprio sotto le finestre dell'ufficio della donna a Ferrara, e dall'agente Forlani. "Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto dopo la sentenza della Cassazione - dice Patrizia - è stato lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti della vita di mio figlio".

Niente perdono - Ora però è il momento di dire basta. E non certo perché "non mi ritenga offesa da chi ha definito mio figlio 'cucciolo di maiale' o da chi mi ha insultata, diffamata, definita faccia da culo falsa e avvoltoio". Né, tantomeno, "perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia": piuttosto "ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che costruiscono la loro carriera sull'aggressività e il rancore". E' arrivato dunque il momento di mettere un punto. "Non è il perdono, anche perché nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento. Penso che - conclude Patrizia - dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un'imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere, né ascoltare o parlare di loro".

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