25 Aprile: quei soldati della "Resistenza perfetta"

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In un saggio Feltrinelli lo storico Giovanni De Luna racconta le vicende eroiche di chi ha combattuto per liberare l'Italia. E prova così a mettere a punto un'immagine della Liberazione parzialmente offuscata da critiche e polemiche. L'ESTRATTO

Il tenente Raimondo Luraghi non credeva ai suoi occhi. Era il 10 settembre 1943. Lungo i fianchi scoscesi della montagna si scorgevano torme di uomini, donne, vecchi, bambini che si arrampicavano, rannicchiati sotto il peso di fardelli, zaini, borse, valigie... Una folla in cui, a fatica, si distinguevano i soldati del suo esercito (o meglio di quello che fino al giorno prima era stato il suo esercito), resi irriconoscibili dai travestimenti, infagottati in abiti civili, mischiati alla rinfusa con gli ebrei in fuga dal villaggio di Saint-Martin-Vésubie, tutti incalzati dallo stesso nemico, tutti affannosamente tesi nel comune sforzo di sottrarsi alla cattura da parte dei nazisti.
Nell’inverno precedente, quello del 1942-1943, nella zona di Nizza si erano trovati ammassati circa 20.000 profughi, ebrei arrivati da Parigi, e da tutta la Francia, che avevano guardato alle Alpi Marittime, alla frontiera italiana, come alla via di una possibile salvezza. Adesso quei valichi, quei sentieri battuti da contrabbandieri e migranti stagionali, diventavano la strada verso un riparo agognato, un rifugio in grado di rendere meno precaria la loro sopravvivenza, fosse solo un alpeggio, un casolare, la sagrestia di una chiesa.

Ad alimentare quella fiumana era anche e soprattutto il flusso inarrestabile degli sbandati della IV Armata. Il tenente Luraghi era su quella montagna, alla Madonna delle Finestre, per presidiarla contro il nemico. Era stato addestrato per affrontare soldati, tiri di artiglieria, assalti alla baionetta; si ritrovava ora sgomento davanti a un’umanità sofferente che scalava le cime che era stato chiamato a difendere non per attaccarle, ma per riposarvisi, per concedersi un attimo di tregua, per coltivare un barlume di speranza.
Quando fu annunciato l’armistizio dell’8 settembre 1943, il tenente Luraghi era, appunto, di servizio sui passi alpini al confine italo-francese.

I soldati sbandati che stava guardando erano quelli delle sette divisioni italiane che avevano occupato la Francia meridionale; dopo la crisi del novembre 1942, in seguito alle tensioni tra i tedeschi e la Repubblica di Vichy, le nostre truppe si erano infatti stabilite in tutte le regioni alpine e prealpine fino al Rodano, anche se Lione e Marsiglia erano rimaste sotto l’autorità tedesca. Ma proprio allora le sorti della guerra apparvero irrimediabilmente compromesse; mentre la IV Armata si stanziava in Francia senza combattere, a partire dall’autunno 1942 le disfatte subite in Africa e in Unione Sovietica lasciavano prevedere che presto l’Italia avrebbe dovuto concentrare i suoi sforzi nella difesa del suo stesso territorio. Il che accadde nel luglio 1943 con l’invasione della Sicilia da parte degli angloamericani e la caduta di Mussolini: la IV Armata fu richiamata e nel mese di agosto iniziò la sua ritirata.

L’8 settembre 1943 colse così i suoi reparti in pieno marasma operativo. Nata ingloriosamente con la pugnalata alle spalle del 10 giugno 1940, l’occupazione italiana finiva altrettanto ingloriosamente, con il tracollo verticale di una delle più potenti strutture militari dell’esercito fascista.
La dissoluzione dei vertici gerarchici della IV Armata affiora oggi in termini quasi grotteschi dai racconti che ci restituiscono le peripezie dei suoi generali destinate ad alimentare un’aneddotica non proprio edificante per i gradi e per le uniformi che indossavano.4 Il tenente Raimondo Luraghi fu raggiunto e travolto da quella fiumana; ne fu sommerso, confuso in quella folla di disperati; poi ne fu risputato fuori. Ma a quel punto era già diventato “Martelli”, un partigiano garibaldino; aveva cambiato montagne, abiti e pelle, si era unito alla formazione di “Barbato”, Pompeo Colajanni, organizzatasi nelle vallate piemontesi.

Luraghi non era un predestinato. Scelse di essere partigiano proprio mentre la marea dei profughi e degli sbandati sembrava sommergerlo. In quel mucchio indistinto, in cui gli individui smarrivano la propria identità lasciandosi assorbire in una comunità nata all’insegna della paura e dell’ansia di sopravvivenza, il tenente Luraghi rifiutò di separarsi dalla sua uniforme e dalla sua pistola. Fu un passo decisivo. Al suo passaggio, infatti, l’ondata provocata dallo scioglimento della IV Armata lasciava dietro di sé mucchi di detriti e cataste di armi, divise diventate stracci, un “tesoro”, addirittura, quello dei milioni custoditi nella “cassa” dell’unità affidati al generale Operti e disseminati tra le valli e la pianura del Cuneese, con un robusto rivolo che riuscì ad arrivare anche a Torino, finanziando le prime bande partigiane piemontesi.
Il tenente Luraghi con la sua pistola e la sua divisa scelse di restare se stesso; per farlo, però, doveva appunto cessare di essere un soldato e diventare un partigiano.

“Barbato” va in montagna

“Barbato”, il suo futuro comandante, fece la stessa scelta, ma con un percorso diverso e con una scelta maturata da tempo. Pompeo Colajanni era un avvocato siciliano di Caltanissetta, classe 1906, richiamato durante la guerra come ufficiale di complemento e assegnato alla Scuola di cavalleria di Pinerolo. Aveva il grado di tenente e tanto amava l’esercito quanto disdegnava il fascismo. Non proprio l’ideale per fare carriera.
Nel 1943 era distaccato a Cavour, un paesino vicino a Pinerolo, presso il reparto autoblindo. I rovesci di una guerra ormai perduta avevano radicalizzato il suo antifascismo, aprendo uno spazio favorevole a una predicazione cospirativa che fino ad allora aveva faticato ad attecchire tra i suoi compagni d’arme. Già prima dell’armistizio, infatti, il tenente Colajanni aveva tessuto una fitta trama di contatti con altri ambienti militari – in maggioranza di provata fedeltà monarchica – dei quali conosceva gli orientamenti antifascisti.
Tentativi generosi ma velleitari – come la costituzione di un’Amil, Associazione militare Italia libera, composta da giovani ufficiali appartenenti al suo stesso squadrone – e sodalizi effimeri – quello con la cerchia del generale Raffaele Cadorna, futuro comandante del Cvl, Corpo volontari della libertà, che era stato per un periodo a capo della Scuola di Pinerolo, mostrandosi però ancora restio a prendere una qualsiasi iniziativa – non avevano fiaccato il suo antifascismo, rafforzato dall’adesione al Partito comunista. Una scelta ispirata prevalentemente alla seduttiva capacità di agire, soffrire, lottare che i comunisti in quella fase sembravano possedere quasi in esclusiva. Nel marasma dell’8 settembre, Colajanni agì così con consapevole lucidità.
Nel complesso, la sua unità incontrò una sorte non diversa da quella della iv Armata. Il colonnello Barbò, il comandante della caserma di Pinerolo, rinunciò a ogni tentativo di resistenza, trattò con i tedeschi la resa e seguì i suoi soldati negli stenti umilianti della deportazione.

Il fiume degli sbandati che arrivavano dalla Francia dopo aver valicato le Alpi si mischiò quindi con i mille ruscelli che sgorgavano dalla dissoluzione dei reparti, numerosissimi, acquartierati sulle restanti montagne e vallate delle Alpi occidentali e nella pianura piemontese, immediatamente a ridosso della catena alpina. E “Barbato” era pronto. La sera del 10 settembre – come abbiamo detto – riunì i soldati, gli ufficiali e i sottufficiali (quelli rimasti) nella piazza del municipio di Cavour. Poche parole e poi tutti insieme (una quindicina quelli che lo seguirono da Cavour, gli altri erano partiti da Pinerolo) raggiunsero Barge. Il comizio improvvisato e la partenza ebbero un testimone d’eccezione, Augusto Monti, il professore del Liceo D’Azeglio di Torino che, da Piero Gobetti in poi, aveva educato un’intera generazione di giovani antifascisti.

Colajanni aveva guidato i suoi uomini in montagna non per scappare ma per combattere. Per immaginarlo come era in quei suoi esordi partigiani, ci aiuta un’altra sua fotografia che lo ritrae a Vigone, un borgo nei pressi di Cavour, a passeggio con Lina, la fidanzata presto sua moglie: una foto classica e tenera, per un idillio che riuscirà a superare le dure prove che li aspettano e che cominceranno proprio l’8 settembre 1943.
A Barge, prima di “Barbato”, la sera del 10 settembre arrivarono i comunisti. Erano pochi e si ritrovarono in una baita alla Capoloira sulle pendici del Monte Bracco (1.306 metri d’altezza), una montagna isolata delle Alpi Cozie situata tra Valle Po, la Valle dell’Infernotto (il torrente che attraversa Barge) e la pianura cuneese, un vero e proprio massiccio montuoso in miniatura, separato dal resto della catena alpina dal Passo della Colletta. Oggi in quel luogo restano poche rovine, anonime, assediate dall’incolto e devastate dall’incuria e dall’abbandono.
Allora si trattava di non più di tre case, abbarbicate sul costone, visibilissime dal basso, senza protezione di boschi, con pochi alberi da frutto e una piccola vigna. Non proprio l’ideale per impiantarvi una base partigiana. Ventidue anni prima, davanti a quelle case un gruppo di giovani scalpellini si era fatto fotografare intorno all’organizzatore comunista Giovanni Germanetto per solennizzare l’inaugurazione della sezione del Pcdi appena fondato.
Ma non erano state queste reminiscenze a guidare i passi dei ribelli. La baita era di proprietà del contadino Tommaso Ribotta, che abitava, a Barge, come inquilino nel cortile della casa di Ludovico Geymonat. Sì, proprio il filosofo della scienza, uno degli intellettuali più rigorosi del Novecento italiano, che allora si fece partigiano, anche lui, con i nomi di battaglia “Luca” e “Dodo”. Aveva aderito al Pci nel 1940. Sapeva che i suoi compagni avrebbero lasciato Torino appena occupata dai tedeschi per andare a organizzare la lotta armata.

Li aspettò, li ospitò. Con lui, sua moglie Virginia, sua sorella Anna e la nipote Mitesa Bertolini, chiamate a un esordio precoce della loro futura “carriera” di staffette partigiane. In treno, da Torino, giunsero così insieme Gustavo Comollo, Giovanni Guaita, Dante Conte, Nella Marcellino, tutti “quadri” rodati da un solido passato cospirativo. Poi, a mezzanotte, giunse “Barbato” con i suoi. La composizione di questo gruppo di militari, così come quella dell’altro gruppo, quello dei “politici”, è ancora oggi incerta. Molte testimonianze sono contraddittorie e tengono conto anche degli altri arrivi, quelli dei giorni immediatamente successivi. Resta il fatto che la riunione dei militanti comunisti nella baita alla Capoloira viene oggi comunemente indicata come l’evento fondativo delle formazioni Garibaldi – quelle politicamente ispirate dal Pci –, almeno per quanto riguarda il Piemonte occidentale. Così come è assodato che vi parteciparono, su un piede di asso luta parità, militari e politici, oltre a un significativo gruppo di donne che diedero un’immediata connotazione di genere a quel primo raduno partigiano: a quelle già citate si aggiunsero la compagna di Carlo Cotti, un ufficiale di Casale Monferrato, nome di battaglia “Longoni”, Maria Bronzo, “Rosetta”, che avrebbe dato il cambio a Nella Marcellino, Pasqualina Rossi, “Gina”, la moglie di Luigi Battistini, “Luigi”, e, subito dopo, Odinea Marinze, “Alda”, la moglie di Gustavo Comollo, e Marisa Diena, “Mara”.

In ogni caso fu in quella notte del 10 settembre che Pompeo Colajanni divenne “Barbato”. Quasi un modello ideale di capo partigiano. Preparato militarmente e culturalmente (grazie all’esperienza di una carriera militare abbracciata precocemente e con entusiasmo, e alle letture che ne avevano nutrito un’onnivora curiosità intellettuale), era pronto anche a dare l’esempio, esporsi in prima persona nelle azioni più audaci, condividendo con gli altri gli stessi stenti, gli stessi sacrifici. Piero Cordone, “Gagno”, arrivato in banda poco più che adolescente, ricordava che, nel primo inverno di lotta, per ventun giorni i partigiani erano rimasti quasi privi di cibo, mangiando solo “meliga tostata” con “Barbato” che a fine pasto dichiarava solennemente: “ ‘Ragazzi, sono proprio pieno’; a volte era una sardina puzzolente e allora diceva: ‘Ragazzi, questo sostituisce la carne’. Chi non lo conosceva pensando che parlasse sul serio lo giudicava un po’ matto...”.
E di lì a poco, quando “Nanni”, ferito, cadde prigioniero dei tedeschi, fu “Barbato” – insieme a “Petralia”, “Moretta”, “Tommasini” (Aldo Arrigoni) e “Panicola” (Antonio Panicola) – a introdursi nell’ospedale di Saluzzo, disarmando le sentinelle e portando via il compagno sotto gli occhi attoniti degli infermieri e delle suore.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in “Storie” marzo 2015

Tratto da Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, pp. 254, euro 18

Giovanni De Luna ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La passione e la ragione. Il mestiere dello storico contemporaneo (Bruno Mondadori, 2004), Storia del Partito d’Azione (Utet, nuova edizione 2006), Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea (Einaudi, 2006) e Una politica senza religione (Einaudi, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria (2009), La Repubblica del dolore (2011).

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