Salvatore e l'eterna attesa di una casa: storie di sfrattati

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Un ufficiale giudiziario racconta il dramma di chi ha perso la propria abitazione, mentre attende (invano) di ottenere un alloggio popolare occupato abusivamente. L'estratto del libro edito da Corbaccio

Salvatore Esposito l’alloggio popolare lo sta aspettando da un po’. Me l’ha detto stamattina quando mi sono presentato a casa sua per sfrattarlo, dopo che ero uscito dal carcere.
Ha una moglie incinta, Salvatore, e due gemelline di sette anni, che per fortuna erano a scuola. Oggi mi è toccato pure rincuorarlo e prodigarmi con il proprietario affinché accettasse l’ennesimo rinvio. «Dotto’, dite quello che volete, ma a me mi sembra un’ingiustizia. Agli africani che abitavano al piano di sotto, in quattro e quattr’otto, gli hanno assegnato una casa in via Palmieri, mentre a me mi stanno facendo spantecare.»
Sono state queste le sue prime giustificazioni quando gli ho ordinato di uscire dall’appartamento.

Conosco Salvatore Esposito da una decina d’anni, da quando gli pignorai la prima Panda arancione che valutai seicentocinquanta euro: era quello il valore presunto di una probabile vendita all’asta. Mi ricordo che aveva un debito di quattromila euro con la cassa edile per contributi mai pagati, per cui la Panda arancione gliela dovetti pignorare per forza. E mi ricordo che anche in quell’occasione tirò giù un bel po’ di madonne contro un egiziano che gli doveva ancora pagare il forno che gli aveva costruito nella pizzeria di viale Certosa. «Lo so Esposito. Ma che ci posso fare. Sei andato a parlare con quelli dell’Aler?» gli ho chiesto. «E come non sono andato, dotto'» ha confermato lui.
«Mi hanno detto che primo, io non avevo diritto, se non dietro ricorso, a sapere perché agli extracomunitari di sotto gli avevano dato la casa popolare e a me no. E poi, visto che mi sono messo a fare il pazzo, si sono fottuti dalla paura e me l’hanno spiegato che quelli tenevano tre figli più di me, e quindi in questo caso era come se il loro reddito diventasse la metà. Per cui, se voglio pure io la casa popolare, devo aspettare che sistemano prima a quelli che stanno peggio di me, pure se sono extracomunitari. » « Hai visto Esposito » l’ho rincuorato, «non è un’ingiustizia. Ci sono le graduatorie da rispettare.» «Le graduatorie dotto’» ha ribattuto lui.
«Ma che è colpa mia se questi sono peggio dei conigli: ogni anno la moglie dell’africano di sotto teneva sempre la panza avanti. Ha fatto sette figli in cinque anni. È un record, dotto’. Così per avere una casa, che devo fare, sette figli pure io?»

«Il problema è che le case popolari a Milano sono poche e devono pur trovare un criterio per assegnarle» gli ho spiegato. «Le case popolari sono poche, ma gli extracomunitari sono tanti, dotto’ » ha precisato lui, mentre accendeva una sigaretta. « Fumate dotto’? » «No grazie Esposito. Però non vorrei insistere, ma te ne devi andare adesso. Io devo far cambiare la serratura e consegnare le chiavi alla proprietà» gli ho ribadito, guardandolo fisso negli occhi. «Oggi non posso proprio uscire dotto’» mi ha risposto con lo sguardo basso. «Datemi un altro mese che vedo di recuperare un po’ di soldi, così pago i canoni arretrati al padrone e mi cerco un altro appartamento più piccolo. Ve lo giuro, dotto’!»

L’ho fissato per qualche secondo, poi gli ho chiesto: «Ma stai lavorando in questo periodo?» «Arrangio la giornata dotto’» ha risposto lui. « Ci stanno ’sti cazzo di rumeni che faticano peggio dei ciucci, si accontentano di poco, e non fanno tante storie sui contributi e compagnia bella. E allora quando arrivo io, in qualche cantiere, che sono italiano, mi guardano quasi brutto perché lo sa come siamo noi italiani, no: vogliamo il primo, il secondo e pure il dolce. Ma adesso con questa crisi che ci sta, ci dobbiamo accontentare solo dell’antipasto, se ce lo danno.» È stato in quel momento che mi sono rivolto al proprietario dell’appartamento che per tutta la conversazione se n’è stato lì, accanto a me, in silenzio, ad ascoltarci: «Che dice signor Terenzi, è disponibile a concedere un’ulteriore, e le assicuro, ultima proroga di un mese?»

Il signor Terenzi mi ha guardato con gli occhi smarriti: uno studente sorpreso impreparato dal professore di diritto. Era come se dovesse cercare la risposta a un quiz, allungando il collo per copiare dal compagno di banco. Ignorava che la risposta esatta alla domanda, per lui difficile, che gli avevo rivolto fosse nella sua testa più che nella mia; io la soluzione al quesito giuridico la conoscevo, da sempre: volevo solo che lui acconsentisse. Così mi ha scrutato con un’espressione piena di dubbi, per alcuni secondi, poi bisbigliando mi ha chiesto: «Lei che ne dice, dottore?» Ho sorriso leggermente: sapevo che il signor Terenzi mi avrebbe risposto così: «Lei che ne dice, dottore?» In genere, i proprietari di case in locazione si affidano a me per decidere la sorte dei loro inquilini morosi, a me che sarei quello che invece dovrebbe buttarli fuori.

E vi assicuro che i signori Terenzi d’Italia sono quasi sempre disposti a concedere un’ultima proroga dello sfratto, quando glielo chiediamo.
Avere un tetto sulla testa è una priorità. Un diritto che dovrebbe essere garantito a tutti. «Qui le case popolari le assegnano agli extracomunitari e non agli italiani. Dovrebbero prima pensare a noi e poi a loro»: protestano quasi sempre così quelli che, come Salvatore Esposito, stanno subendo lo sfratto.
Ed è allora che accade il miracolo: perché di fronte alla scelta se buttare per strada una coppia con figli piccoli oppure aspettare ancora un mese per vedere cosa accade, in genere i signori Terenzi si armano di pazienza e aspettano. E poco importa se gli inquilini sono nigeriani, cinesi, ucraini, algerini, calabresi, napoletani o padani. Poco davvero. Negli anni non ho mai incontrato proprietari che si siano rifiutati di concedere un ultimo mese di proroga. È come se si fossero sostituiti all’Aler che dovrebbe assegnare le case popolari o agli assistenti sociali che dovrebbero provvedere a trovare un alloggio ai poveri cristi che devo sfrattare. E i poveri cristi, per il cinquanta per cento, sono extracomunitari. Credo che il governo dovrebbe ringraziare i signori Terenzi d’Italia, i quali si sono assunti l’onere di prorogare gli sfratti agli inquilini morosi, anche in assenza di una legge che lo preveda. Sono loro la croce rossa italiana dei futuri senzatetto, il banco di mutuo soccorso in questa crisi che ci sta impiccando.

Sono loro che, silenziosi, attendono di ritornare in possesso dei propri appartamenti, e l’attesa non dura meno di due anni, e a volte non meno di tre. Tre anni con l’immobile occupato da cui non ricavano mezzo euro di pigione, e mai più lo ricaveranno: in Italia recuperare un credito è un’impresa destinata al fallimento. E poi c’è l’aggravante della rata del mutuo da onorare che alcuni proprietari hanno acceso sull’immobi le affittato, e si sa che la banca ne reclama il pagamento puntuale. Ciò che resta dunque è solo l’umana pietà, l’unico piacere, la consolante soddisfazione di aver evitato la crudeltà di mandare una famiglia sotto i ponti, o almeno di averla rinviata fino a quando si poteva, fino a trovare una soluzione adeguata, fino a far coincidere la data dello sfratto con « il reperimento di un nuovo alloggio», come scrivo ogni volta nel verbale. «Però mi raccomando, dottore: che sia l’ultima» ha precisato infine il signor Terenzi. «Non si preoccupi. Sarà l’ultima » l’ho rassicurato.

Esposito ha abbassato lo sguardo. Io che lo conosco bene, so che in quel momento, se avesse potuto, sarebbe andato a nascondersi chissà dove. Ho aperto il verbale e ho scritto 13 marzo in corrispondenza della casella del rinvio. «Esposito, hai sentito il signor Terenzi? È disposto a concederti un’ultima proroga. A marzo però te ne vai » gli ho chiarito. Esposito mi ha guardato come un naufrago disperato al quale sia stato lanciato un salvagente. «Grazie dotto’ » ha risposto annuendo, sempre con lo sguardo basso. «Non devi ringraziare me Esposito, ma il signor Terenzi.» «Grazie signor Terenzi» ha sussurrato. «Però ve lo dico pure a voi, come l’ho detto al dottore. Voi dite quello che volete, ma a me questo fatto che danno la casa agli extracomunitari e a me no, non se ne scende proprio.» E per non mostrarsi a piangere dalla rabbia è corso in bagno. Ho temuto che volesse fare pure lui come Ruggero, perciò gli sono corso dietro per accertarmi che non chiudesse la porta. «Tutto bene Salvatore?» gli ho chiesto. «Tutto apposto dotto’, mi devo solo sfogare, poi mi passa» mi ha detto.
Lo abbiamo salutato e ce ne siamo andati, mentre si asciugava le lacrime. Scendendo le scale ho sperato di non sentire colpi di pistola. E così è stato, per fortuna.

Tratto da Giuseppe Marotta,
Sfrattati, Corbaccio, pp. 252, euro 15

Giuseppe Marotta è nato a Pompei nel 1966. Mentre frequentava la facoltà di Scienze Politiche a Napoli, per mantenersi agli studi ha partecipato a un concorso presso il ministero di Grazia e Giustizia e ha ottenuto il posto di commesso giudiziario a Milano. Una volta laureato, ha continuato la sua carriera durante gli anni di Mani pulite diventando ufficiale giudiziario, professione che attualmente esercita presso la Corte d’Appello di Milano. In relazione alla sua attività ha pubblicato con Giovanni De Filippo il manuale Le notificazioni civili: istruzioni per l’uso. Scrivere è la sua passione: scrive da sempre, racconti e poesie che hanno vinto numerosi premi. Corbaccio ha pubblicato il romanzo E i bambini osservano muti.

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