Colombo: "Ecco come nacque il pool di Mani pulite"

1' di lettura

In Lettera a un figlio su Mani pulite (Garzanti) il magistrato racconta l'inchiesta giudiziaria che lo vide tra i protagonisti insieme a Di Pietro e Davigo. E spiega la divisione del lavoro e le diversità di carattere dei tre. ESTRATTO

Comincio a lavorare a Mani pulite alla fine di aprile, due mesi dopo l’avvio delle indagini. Il primo atto a cui partecipo è proprio un interrogatorio del presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, che Craxi, nel tentativo di fermare la macchina delle inchieste, aveva definito un «mariuolo isolato». Invece, nel giro di pochissimo tempo la mole di lavoro diventa tale che non siamo più sufficienti nemmeno Di Pietro e io, per cui ci viene affiancato – ed è allora che nasce effettivamente il pool – Piercamillo Davigo.
Antonio, Piercamillo e io siamo tre persone molto diverse. Li conosco entrambi da anni, abbiamo già fatto un tratto di strada insieme. Alla fine degli anni Ottanta ero stato sorteggiato come uno dei tre giudici componenti il cosiddetto Tribunale dei ministri, organo investigativo che si occupava delle indagini a carico dei ministri della Repubblica.
Le indagini erano condotte da Davigo e Di Pietro come pubblici ministeri. Dunque avevamo avuto modo di conoscerci professionalmente.

Sempre in quel periodo, Di Pietro aveva organizzato un corso di formazione per l’uso del DB3, uno dei primi database informatici che avevamo a disposizione; mi aveva invitato a parteciparvi ed era così proseguita la nostra frequentazione. Quasi subito, senza una strategia, si crea naturalmente una specie di divisione per sommi capi dei compiti e delle aree di competenza.
Quantomeno per i filoni principali di indagine, io mi incarico soprattutto di esaminare i documenti, mentre Piercamillo si occupa di redigere le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, e Antonio Di Pietro, che ha già cominciato a condurre gli interrogatori, continua a sentire indagati e testimoni. Mostra infatti una grandissima capacità di convincere le persone a dire quello che sanno. Non è solo questione di porre le domande giuste, di catturare l’interlocutore in una logica stringente che lo porti a dire ciò che sa. È anche questione di intuito, di saper indirizzare e prevedere le risposte, di inventare al momento giusto veri e propri colpi di teatro.

È tale il suo carisma che per un certo periodo alcuni indagati chiedono di essere interrogati da lui, come si trattasse di un privilegio. Ognuno di noi ha il suo carattere e tutti e tre insieme siamo complementari. Antonio è più veemente e accentratore, Piercamillo ha uno stile rigoroso e coerente, che va subito al punto. Ci vediamo ogni giorno e ci aggiorniamo su quello che ognuno di noi ha scoperto. Ogni piccolo tassello contribuisce a creare il quadro d’insieme. Vediamo con una certa frequenza anche i due dirigenti, soprattutto D’Ambrosio ma spesso anche Borrelli.
Lavoriamo seguendo un’organizzazione ben precisa: Antonio interroga, io esamino i documenti, entrambi riversiamo il nostro lavoro su Piercamillo che, a mano a mano che vengono coinvolti sempre più parlamentari, scrive continuamente richieste di autorizzazione a procedere. Fino al novembre del 1993, infatti, quando cambierà la procedura, dal momento in cui si scopre il coinvolgimento di un deputato o di un senatore esiste un termine prestabilito di giorni entro cui chiedere alla Camera di appartenenza il via libera a indagare. Se non si rispettano i tempi, oppure se l’autorizzazione viene negata, tutto finisce nel nulla.
Davigo dunque non riesce a terminare una richiesta che subito ne incomincia un’altra.

Tutti e tre, poi, richiediamo ordinanze di custodia cautelare al giudice per le indagini preliminari che, tutte le volte che lo ritiene opportuno – ovvero quasi sempre, almeno all’inizio –, le emette per garantire il più possibile la genuinità delle prove. L’indagine si estende a macchia d’olio e, nonostante investigare in più persone sia complesso, troviamo regolarmente un’intesa.
Le fisiologiche differenze non ci impediscono di prendere insieme e d’accordo tutte le decisioni davvero importanti. La diversità di vedute diventa un’opportunità. Antonio ha grandi capacità di comunicazione, ed è bravo a individuare il momento giusto in cui dire le cose per evitare dibattiti o conflitti. Piercamillo, da parte sua, è determinato e razionale. Naturalmente, facciamo sempre riferimento ai nostri capi. D’Ambrosio mostra un’immensa disponibilità nei nostri confronti, e Borrelli spesso fa da parafulmine accentrando sulla sua persona critiche, attacchi e aggressioni rivolte a noi.

Impariamo presto a vivere sotto l’assedio dei giornalisti. Nel palazzo di giustizia, almeno per i primi due anni, stazionano in pianta stabile diverse troupe televisive. Quando esco dal mio ufficio per andare da Di Pietro sono rincorso dalle telecamere. Lo stesso succede a Di Pietro, che esce per andare da Davigo. Davanti alle nostre stanze vengono sistemate delle transenne, per garantirci un minimo di respiro, ma non sempre bastano. Non esagero se dico che vengo inseguito dai cronisti perfino quando vado in bagno. Ci succede di essere accusati di alimentare la stampa con fughe di notizie. In realtà io non rispondo mai alle domande che mi vengono poste dai giornalisti, salvo che riguardino questioni non coperte né da segreto né da riservatezza. Dopo di che è naturale che qualcosa trapeli: ci stanno tutti con gli occhi addosso dalla mattina alla sera.
Senza considerare che nelle indagini sono coinvolte molte persone: gli indagati, gli avvocati, le cancellerie, la polizia giudiziaria, gli autisti. E senza considerare che alcuni eventi non possono essere tenuti nascosti. Se arresti una persona, non puoi negarlo o non dare spiegazioni sulla sua destinazione.
Così come bisogna sapere che alcune notizie, una volta giunte all’indagato, diventano pubbliche. E occorre anche ricordare che, se utile alle indagini e seguendo regole precise, un pubblico ministero può scegliere di eliminare un segreto sugli atti che compie, oppure di imporlo. I giornalisti, dal canto loro, non sono ingenui. L’assenza di nostre dichiarazioni li costringe a seguire altre strade che si vanno affinando con l’esperienza. Captano dei segnali, li interpretano, talvolta inavvertitamente li gonfiano. E così a volte semplici ipotesi o intuizioni vengono elaborate nelle redazioni dei giornali e, una volta pubblicate, chi legge tende a considerarle verità assolute.
© 2015, Garzanti S.r.l., Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Tratto da Gherardo Colombo, Lettera a un figlio su Mani Pulite, Garzanti, pp. 94, euro 10.

La presentazione del libro si terrà lunedì 13 aprile 2015 ore 18:30 a Milano, presso La Feltrinelli Libri & Musica di piazza Piemonte, insieme a Pif
.

Gherardo Colombo (Briosco, 1946) è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l'omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell'IRI, Mani pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti e membro del Consiglio di amministrazione della RAI. Nel 2010 ha fondato l'associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Leggi tutto