Val Camonica, nessun responsabile per la montagna dei veleni

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Prosegue l'inchiesta di Sky TG24 sull'emergenza di Berzo Demo, dove giacciono 23mila tonnellate di rifiuti che, secondo l'Arpa, stanno già contaminando la falda acquifera. La Regione: la bonifica spetta al curatore fallimentare. L'interessato nega

"Spesso mi sono sentito solo. Soprattutto quando mi è stato rimproverato dai miei concittadini che con le mie battaglie disincentivavo le imprese a venire a Forno Allione. Ho sempre risposto che se non si fa qualcosa per l'ambiente, il disincentivo sarà per sempre". Corrado Scolari è stato per dieci anni il sindaco di Berzo Demo, il comune della Val Camonica dal quale dipende l'area industriale di Forno Allione. Suo padre, come moltissime persone in quella zona, ha lavorato in uno degli stabilimenti che si erano insediati all'inizio del secolo scorso. E come moltissimi altri, si è ammalato di tumore, fortunatamente sconfiggendolo.

L'emergenza -
Fino alla conclusione del suo mandato, terminato nel 2014, Scolari è andato in cerca di aiuto, di risposte, di una soluzione per quella che ora è un'emergenza ambientale e che le telecamere di Sky TG24 hanno già documentato: all'interno dello stabilimento della Selca, società fallita ormai 5 anni fa, giacciono abbandonate 23mila tonnellate di rifiuti altamente tossici provenienti dall'Australia che, secondo gli ultimi rilevamenti fatti dall'Arpa, stanno già contaminando la falda acquifera. A causa di contenziosi legali, gli anni passano, ma i rifiuti continuano a rimanere lì, mentre i capannoni dello stabilimento cominciano a cadere a pezzi.

A chi spetta la bonifica - Nel dicembre dell'anno scorso, Regione Lombardia è stata finalmente in grado di stanziare i soldi almeno per la messa in sicurezza del sito. Duecentocinquantamila euro. Soldi che, a detta dell'assessore regionale per l'Ambiente, Claudia Terzi, saranno sufficienti. Ma a chi spetterebbe la bonifica di quell'area? "Per legge", spiega l'assessore, laureata in giurisprudenza, "alla società che ha inquinato". In questo caso, però, essendo fallita, non può essere la Selca. Secondo Terzi, "se ne dovrebbe quindi occupare il curatore fallimentare, ma quest'ultimo, invece, ritiene che non sia affar suo e si è appellato davanti al Tar e al Consiglio di Stato". Appelli entrambi respinti.

Nessuna risposta - Inutilmente, a più riprese, abbiamo cercato di parlare con il dottor Giacomo Ducoli, il commercialista che gestisce il fallimento, perché ci fornisca una sua versione dei fatti. Quello che sappiamo per certo è che lo stesso Ducoli, nel quinto rapporto presentato al tribunale di Brescia, ha certificato un saldo attivo del conto del fallimento pari a circa 9 milioni di euro. Soldi, questi, che potrebbero essere utilizzare per sanare l'area così pesantemente inquinata.

M5S: la soluzione va cercata a Roma -
Quanti casi come la Selca esistono in Italia? Non è difficile pensare che quello bresciano non sia un episodio isolato. Il consigliere regionale dei 5 stelle, Dario Violi, lui stesso camuno, che per primo, l'anno scorso, presentò un'interpellanza sull'argomento, è convinto che la soluzione vada cercata a Roma, al Ministero. Sostiene che vada cambiata la legge che regolamenta il tema. "Perché quando in gioco è la salute pubblica – dice – è necessario e doveroso che il pubblico si sostituisca al privato".

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