Shoah, storia di Lucette: salva in una locanda delle Ardenne

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“Abbiamo aspettato giorni. Ma non sono tornati. Ci siamo contati: mancavano 17 persone”. 81 anni, italiana, nata in Francia da genitori ebrei, è sopravvissuta all’Olocausto nascondendosi in un piccolo paese. Ma ad Auschwitz ha perso parte della famiglia

“Ci siamo contati. Mancavano 17 persone. Zii, cugini. Li abbiamo aspettati per giorni nella speranza che fossero riusciti a nascondersi anche loro, come me e mio fratello. Ma non sono più tornati”. Nancy, novembre 1944. Gli ebrei sopravvissuti allo sterminio possono rientrare nelle loro case senza avere più paura di essere scoperti. Niente più rastrellamenti, niente più deportazioni. Gli americani hanno liberato quasi tutta la Francia dal dominio tedesco. Lucette Brytenyszok ha 10 anni. E’ salva. E’ stata tenuta nascosta dai proprietari di una locanda in un piccolo paese delle Ardenne, Verpel.
Un documento falso, un cognome tagliato e francesizzato, e la fortuna di non aver "mai incontrato un tedesco" in quella cittadina di appena 400 abitanti che ha salvato anche suo fratello, 14enne. “Abitava nella casa accanto alla mia. Una famiglia ha accettato di ospitarlo prendendolo a lavorare nei campi”. Lucette ha vissuto lì, a Verpel, per quasi un anno, sfuggendo quelli che lei chiama i tedeschi, non i nazisti. “Sono tutti responsabili. Tutti quelli che hanno accettato l'Olocausto". Anche i cosiddetti collaboratori. Come quei francesi che denunciarono, per soldi, i suoi genitori.

"Quando andarono a prenderli nella loro casa, a Nancy, mia madre pensò di lanciarsi giù dal balcone. Ormai avevamo capito cosa accadeva agli ebrei. Sapevamo che la destinazione di chi partiva per Auschwitz sarebbero stati i forni. Il sacerdote della chiesa del quartiere cercò in tutti i modi di convincere i tedeschi che stavano commettendo un errore. Perché Madame Bryten (questo il cognome francesizzato, ndr) andava in chiesa tutte le mattine e non poteva essere ebrea. Ma c'erano troppe segnalazioni contro di loro, troppe lettere anonime". Padre di Vilnius e madre di una cittadina vicino Cracovia, i genitori di Lucette erano arrivati in Francia negli anni '20 insieme a tutta la famiglia. Una famiglia di origine ebraica numerosa e laica, dove solo la nonna “era praticante e pregava sempre”. Suo padre aveva combattuto per i francesi. Vivevano a Nancy da tanti anni. Furono arrestati e trasferiti in un centro di raccolta in attesa di essere deportati in un campo di concentramento. Ma era già l’autunno del 1944, poi arrivarono gli americani e la Francia venne liberata.

I bambini di Nancy - Lucette oggi ha 81 anni e vive in Italia, a Como. Grandi occhi celesti, accento francese marcato che rivela subito le sue origini, ricorda le campane della chiesa di Verpel che suonarono a festa per la fine della guerra. E quel “soldato americano, ebreo, giovane e bello” a cui suo padre aveva chiesto di andare a prendere "i bambini di Nancy” per riportarli a casa. Ricorda quel viaggio in autostop con cui lasciarono per sempre quella cittadina delle Ardenne con gli abitanti “sempre gentili” che, "ho saputo molti anni dopo, erano consapevoli di nascondere due bambini ebrei". “L'ultimo tratto di strada lo abbiamo percorso a bordo di un'ambulanza. Nessuno si era fatto male, ci aveva dato un passaggio. Non c'erano treni subito dopo la guerra e non era semplice spostarsi. Arrivati a Nancy sono scesa dal sedile. Si è aperta la porta di casa. Ho visto mia madre. Non riuscivo a salire le scale. E lei non riusciva a scenderle". Lucette si commuove. In lacrime racconta di quella gioia che ha immobilizzato i loro corpi. Una gioia immensa a cui è seguito subito un senso di colpa che non li avrebbe più abbandonati. Quello di chi è sopravvissuto. "Perché io sì e loro no?" ripete più volte. Un tormento. Degli otto figli della nonna materna quattro sono stati deportati insieme a mogli, mariti e figli. “Non so se tutti e diciassette sono morti ad Auschwitz, probabilmente sì” dice Lucette. E aggiunge: "Il dolore non è morire ma come si muore".

Storie di salvezza e di sterminio - La famiglia di Lucette si è ritrovata spezzata tra storie di salvezza e di sterminio. “Mia cugina è andata ad Auschwitz a cercare una traccia dei suoi genitori. C’era un mucchio di occhiali da vista. Ha cercato quelli di suo padre”. Un’altra coppia di zii di Lucette ha pagato “un uomo chiedendogli di rapire loro figlio. Gli hanno dato una foto del bambino. Lui l’ha trovato in metropolitana a Parigi, l’ha strattonato per un braccio. Lo ha preso e portato in Svizzera. In salvo”. Un’altra zia ha voluto invece seguire suo marito. “Non riusciva a sopportare che i tedeschi prendessero solo lui. Ha chiesto solo di mettere in salvo il suo violino. Studiava violino al conservatorio”. Degli anni delle persecuzioni naziste Lucette ricorda la paura. Una paura che non l'ha più abbandonata. "Ho paura di tutto. Del buio, di camminare in una strada dove non passa nessuno". Una paura che solo il fratello riusciva a stemperare. “Mi sentivo protetta da lui, mi guardava a vista. Quando ero a Verpel lo incontravo tutte le mattine. Io uscivo per andare a scuola, lui era nei campi”. Ricorda le lettere che ricevevano dai genitori, smistate attraverso un'abbazia. La vergogna dei giorni in cui ha indossato la stella, “non per il simbolo in sé ma perché mi sembrava di avere un'etichetta che sminuisse la mia personalità". O le prime notti nascosta. “Eravamo ospiti della signora che veniva a lavare i panni in casa nostra a Nancy. Dormivo con sua figlia. Nello stesso letto. Ma non volevo starci perché si faceva la pipì sotto e mi svegliavo sempre con le lenzuola bagnate”.

"Combattere l'odio e la violenza" - Per molto tempo, nella famiglia di Lucette, non si è più parlato di quegli anni. “Avevamo bisogno di non pensare. Di rimuovere quell'orrore e andare avanti”. Un orrore che non trovava spiegazioni se non in quell’antisemitismo che “ho sempre sentito in modo molto forte attorno a me. Ma ognuno ha la sua religione. Non è importante quale. Ciò che è importante è rispettare l'altro. Combattere l'odio e la violenza. Perché non ci sia mai più un altro Olocausto". Lucette ha un forte senso di appartenenza al popolo ebraico, e ama profondamente la Francia. Un Paese che per lei è il simbolo della libertà di espressione, di pensiero e di religione. Una libertà messa a dura prova dai recenti attentati terroristici che hanno colpito Parigi. E dall’antisemitismo che ha causato nuove vittime: i quattro ostaggi uccisi nel negozio kosher a Parigi da Amedy Coulibaly. Lucette ha seguito quei giorni di terrore “incollata alla tv e al telefono con mio cugino che vive a Parigi”. Un cugino che “è riuscito a trovare e a mettermi da parte una copia di Charlie Hebdo”. Anche lui è sopravvissuto all’Olocausto, nascosto in una campagna vicino a Limoges.

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