‘Ndrangheta, l’ascesa del boss Pelle e gli incontri al Nord

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A 5 anni dalla morte, un libro racconta la storia di ‘Ntoni Gambazza, capo della cosca di San Luca che ha retto per 30 anni i fili dell’organizzazione. In questo estratto la cronaca di un vertice tra boss a Buccinasco, alle porte di Milano. LEGGI

Solenni raduni sancivano accordi e affari miliardari. Uno degli incontri – epocale sia per la storia delle cosche sia per le indagini contro la ’ndrangheta – è diventato simbolico: per i personaggi riconosciuti da un ispettore di polizia. Carmine Gallo, questo il nome dell’agente, uno dei nostri migliori investigatori in quanto a competenze sulla ’ndrangheta, sapeva bene chi erano, quei tipi. Impegnato in pedinamenti e sopralluoghi, Gallo arrivò e vide.

Eppure non ci credeva, a osservarli assieme. C’erano tutti. E non stavano nell’isolato paesino di San Luca, ma a Buccinasco, alle porte di Milano. Al Nord. L’anno era il 1988. Il giorno il 1° di febbraio. Ci fu un vertice tra boss al bar Lyons, tempio storico della ’ndrangheta. Allo stesso tavolino presero posto ’Ntoni gambazza, il Tiradritto e Antonio Papalia, il referente delle cosche in Lombardia. Morabito e Pelle, ricorda Gallo, arrivarono insieme a bordo di una berlina scura; indossavano giacca, cravatta ed eleganti soprabiti. Quando scesero dalla macchina, gli avventori del bar, calabresi emigrati succubi del potere mafioso, li omaggiarono. Qualcuno baciò loro la mano. Si prodigarono in complimenti.

All’incontro c’era anche una donna. Non una qualunque. Non un’amante o una presenza occasionale. Si chiamava Amneris Campostrini ed era la moglie del trafficante conosciuto col nome di battaglia di Manolo. Papalia le consegnò una scatola da scarpe. Dentro c’erano trecentoquaranta milioni di lire. La donna avrebbe dovuto portare i soldi a Manolo, che in quei giorni era in Turchia. I contanti, che servivano per acquistare una consistente partita di eroina, arrivavano proprio dai sequestri di persona, ed erano la seconda e ultima tranche. La prima consegna, cinquecentocinquanta milioni di lire, era stata recapitata qualche settimana prima. In una telefonata intercettata dalla Turchia, Manolo, un po’ nervoso e impaziente, aveva pregato la moglie di raccogliere altro denaro. ’Ntoni gambazza era appena stato in Piemonte. Da parenti, avrebbe poi detto. In effetti ne aveva: c’erano alcuni suoi famigliari in quella regione, e continuano oggi a viverci.

Però quelli erano anche i giorni di un sequestro che per tipologia, durata temporale e particolare drammaticità fece molto parlare: a Pavia era scomparso un ragazzo, Cesare Casella. E magari la presenza a pochi chilometri di distanza, a Milano, sia di Gambazza sia del Tiradritto non era casuale. Cosa stavano tramando? E poi, il Piemonte: lì un anno prima era stato sequestrato il piccolo Marco Fiora, che rimase diciassette mesi in mano alle cosche. Proprio l’inizio del 1988 fu un periodo intenso di trattative, di snodi fondamentali per la soluzione di quel caso. Davvero Pelle, e magari anche Morabito, si domandò Gallo, non erano andati al Nord per seguire da vicino quegli sviluppi? Nel sequestro di Casella è stata ipotizzata durante le indagini, ma mai dimostrata in fase processuale, una forte contiguità di Antonio Pelle.

’Ntoni gambazza ha sempre negato e con lui la famiglia, che al contrario ha parlato dell’ennesimo tentativo da parte della magistratura di infangare un uomo innocente. Pelle se ne stava in Piemonte e poi andò a Milano, d’accordo, però con i rapimenti non c’entrava. Mentiva? Difficile dirlo, ma di sicuro aveva raccontato un sacco di bugie sull’incontro di Buccinasco. Il comandamento, del resto, restava uno: negare, negare sempre. Anche l’evidenza. Negare di essersi fermato al bar Lyons con l’inseparabile Morabito. Negare di essere andati a chiedere udienza direttamente dai Papalia. Negare di aver trascorso una mattinata a Buccinasco. «E dunque che cosa ci facevate?» Quando l’indomani lo fermarono, in Calabria, per prima cosa i carabinieri gli domandarono i motivi del viaggio nell’hinterland milanese. Lo chiesero a lui e a Morabito: viaggiavano sulla stessa macchina, un’Alfa Romeo 2000, blindata, con la quale avevano attraversato in nottata l’Italia.

’Ntoni gambazza raccontò che, di ritorno dalla visita a una parente di Torino, per la precisione una cognata, un altro famigliare, non si ricordava bene chi, lo aveva portato a Milano. A Linate aveva comprato un biglietto aereo per Reggio Calabria; poi però, casualmente, aveva incontrato Morabito che l’aveva invitato a scendere in macchina con lui. Avendo l’occasione di poter viaggiare con un amico e non da solo, Pelle aveva accettato volentieri. E invece, per quale motivo il Tiradritto si trovava a Milano? L’uomo raccontò d’esser andato in città per una visita medica, ma aveva scordato i nomi del dottore e dell’ospedale. Ovvio. Pelle e Morabito avevano trascorso la notte tra il 2 e il 3 febbraio in due diversi hotel di Milano, il Minerva e il Siena. Un tre e un due stelle. Economici, in posizione centrale ma discreta, anonimi. Sull’Alfa Romeo fermata dai carabinieri c’era anche uno dei figli di Morabito. I militari lo presero in disparte e lo interrogarono sulla famosa visita medica del padre. Non che sperassero di ottenere risultati migliori, ma il tentativo andava fatto. Il ragazzo allargò le braccia, giurando di non sapere come aiutare i carabinieri. Disse che era all’oscuro dei motivi che avevano portato il papà a Milano.

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Tratto da Andrea Galli, Il Patriarca, Il patriarca. La misteriosa storia di 'Ntoni Gambazza, lo sconosciuto re della 'ndrangheta che dall'ombra ha retto per trent'anni i fili dell'organizzazione, Bur Rizzoli, pp. 310, euro 13.

Andrea Galli (1974) vive a Milano. Dopo aver scritto per il "Corriere di Como" e "Avvenire" , dal 2006 lavora al "Corriere della Sera", dove si occupa di cronaca nera. Per BUR ha pubblicato Cacciatori di mafiosi (2012).

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