Don Gallo, il libro postumo: "Agli oppressi la mia fedeltà"

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In Ama, e fa' ciò che vuoi (Guanda), nato dalle conversazioni con Luigi Faccini, il sacerdote salesiano scomparso nel 2013 intreccia ricordi e riflessioni che tracciano una concisa summa delle sue opere e del suo pensiero. ESTRATTO

di don Andrea Gallo a cura di Luigi Monardo Faccini

E' la persona che libera il prete o la persona e il prete procedono dialetticamente liberandosi insieme
?

Un pedagogista brasiliano, Paulo Freire, ha una frase che penso possa risponderti in pieno. Lui era un educatore che pensava non solo di insegnare ma di imparare dai suoi allievi, per questo diceva che nessuno si libera da solo. Ecco qui il rapporto educatore-allievo: «Nessuno si libera da solo, nessuno libera un altro. Ci si libera insieme». Tant'è vero che la sua strategia educativa la chiamò pedagogia degli oppressi.
Ecco, la mia fedeltà va agli oppressi. L'oppresso però coscientizzato, l'oppresso che diventa soggetto politico, che lotta e che può inserirsi nell'alternativa a un sistema che pesa e che schiaccia. L'oppresso che prende coscienza della sua impotenza e della possibilità di rovesciarla in un processo attivo. Ma nessuno si libera da solo. Ecco lì la necessità di camminare insieme, privilegiando i rapporti umani. Quando pronuncio questa frase per me è una gioia.
Anche perché ormai io mi sento sclericalizzato, proprio perché non propugno il potere temporale della mia Chiesa. Infatti il commento di tante persone nei miei confronti suona così: «Ma don Gallo prima di tutto è uomo, poi prete». Mentre io non vedo distinzione, tant'è vero che per me non uso più la parola sacerdote. Io non sono sacro. Quindi l'ho cancellata. Presbitero va bene, perché ho anche l'età dell'anziano. Il presbitero è uno che l'assemblea dei cristiani riconosce come anziano, uno che può presiedere per antica tradizione l'eucarestia, uno che è un mediatore, un ponte. E infatti la mia preghiera mattutina, in chiesa, è: «Dio mio, oggi dammi la forza di essere uomo, dammi la forza di essere cristiano». Ha a che fare con l'appartenenza al popolo di Dio: «Dammi la forza di essere prete, dammi la forza di essere coordinatore di questa Comunità».

Io corro sempre due rischi. Primo, essendo spesso come sprofondato nelle situazioni più disperate, corro il rischio di diventare matto. Quindici anni fa ho avuto un momento di terrore, per almeno tre mesi, quando stavo per andare a letto. E allora in questo studio, che gli amici chiamavano scherzando «by night», loro mi sorvegliavano a turno, spegnendo l'abat-jour quando cadevo nel sonno. Insieme abbiamo sconfitto il rischio che correvo di diventare matto. Tuttora, invece, corro il secondo rischio, gravissimo come uomo, come cristiano, come prete, come coordinatore, il rischio cioè di negare a chiunque io incontro il diritto alla non sofferenza.
Ecco quindi l'accoglienza. Chi mi arriva davanti è prima di tutto soggetto di diritto. Questo è il segreto. Va sconfitta la xenofobia, per non dire il razzismo attuale dell'Europa e dell'Italia nei confronti di questa nuova umanità, di questa nuova integrazione, di una nuova Europa che finalmente cambierebbe il proprio volto. Perché averne paura? Apparteniamo tutti alla stessa famiglia umana. Quanto hanno impiegato i migranti italiani a integrarsi negli Stati Uniti o in Australia? Ci vogliono anni e anni, ma l'integrazione ha fatto grandi gli Stati Uniti, ha fatto grande l'Australia.
Lo ripeto: i migranti sono soggetti di diritto. Padre David Turoldo, un altro grande maestro, ha scritto in una delle sue poesie che è fatica divina essere umani tutti i giorni. Io lo sento in pieno e, alla sera, ricordando la mia mamma e facendo il mio esame di coscienza, vedo la mia limitatezza, la mia inadeguatezza. Chi mi dà la forza? Ancora una volta, la mattina dopo, la lotta quotidiana dei ragazzi della Comunità, che mi corregge anche quando sono sui marciapiedi e sulle strade, a disposizione di chi incontro.

Anche questa lezione, se non sbaglio, viene da tua mamma, la proverbiale Tommasina. Una figura ricorrente nella tua «biografia».

Era una popolana ardita, capace di distinguere e scegliere anche se aveva sempre vissuto la vita della Chiesa. Sai cosa disse al Vescovo venuto a trovarla dopo che avevamo aperto una sede della Comunità a Visone d’Acqui? «Eccellenza, non faccia tanti complimenti a questo Andrea, lei sa benissimo che senza Dio non si può far nulla.»
Il vescovo sorrideva. «Deve essere contenta signora. Ha un figlio impegnato.»
Lei, di rimando: «Non è mio figlio. E' figlio di don Bosco!»
Ridemmo tutti nella cucina che era il suo regno. Sai che mi è morta a cento anni meno sei mesi? In casa sua, senza nessun accanimento terapeutico. Io sono contrario a quei trattamenti. Meglio sciogliersi dal proprio corpo in mezzo a chi ti vuole bene e che ti accompagna da una vita. La Tommasina volle un bicchierino di moscato, come ultimo desiderio. Morì che non lo aveva ancora bevuto tutto. Che donna...

E tuo padre che uomo era?


Si chiamava Francesco, ma era paziente come Giobbe, senza mai lamentarsi di quella sorveglianza lungo quei binari. La sua fortuna è stata la Tommasina. Morì che di anni ne aveva ottantaquattro, dieci anni prima di lei.
@2014 Ugo Guanda Editore, S.r.l., Parma

Tratto da don Andrea Gallo a cura di Luigi Monardo Faccini, Ama, e fa' cio' che vuoi, Guanda, pp. 35-39, euro 12

Don Andrea Gallo (1928-2013), sacerdote salesiano, è stato fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto a Genova e protagonista di battaglie per i diritti civili e l'equità sociale. E' autore di numerosi libri tra i quali ricordiamo Così in terra, come in cielo (2010), Se non ora, adesso (2011), Di sana e robusta Costituzione (2012), In cammino con Francesco e Il canto del Gallo (2013).

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