Terra dei fuochi, quel percolato che non lascia scampo

Un'immagine d'archivio degli scavi delle settimane scorse per verificare l'inquinamento delle falde acquifere nella Terra dei Fuochi
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"Guadagna ogni giorno 5 centimetri, ogni anno 18 metri e con le sue 57mila tonnellate minaccia di contaminare del tutto la falda acquifera dell'area entro il 2060". Lo denuncia don Patriciello in un libro Rizzoli scritto con Marco Demarco. L'ESTRATTO

di Padre Maurizio Patriciello con Marco Demarco

Nella Terra dei fuochi, il percolato gocciola come la sabbia in una clessidra, solo un po’ sbilenca. Non perfora il terreno, lo asseconda. Tu dormi e il percolato fluisce; lento, ma fluisce. Tu esci di casa e il percolato avanza. Tu rientri e il percolato non si è mai fermato.
Scivola da est a ovest, dall’interno al mare, su pendenze argillose, e penetra sempre più in profondità. Guadagna ogni giorno cinque centimetri. Ogni mese un metro e mezzo. Ogni anno diciotto metri. Fatti i conti, le cinquantasettemila tonnellate di percolato che minacciano la falda acquifera profonda la raggiungeranno fino a contaminarla del tutto entro il 2060. E, poiché le falde intermedie sono già compromesse, per quella data il disastro ambientale sarà totale. Il punto è: chi farà prima, il percolato o la politica? Ovvero, riusciranno gli addetti ai lavori a evitare questa confluenza che definire fatale è dir poco? Se sì, c’è una speranza. Se no, è inutile che ce lo diciamo: finirà male, molto male.
Anche perché, da qui al 2060, si sarà formato nuovo percolato, che contaminerà le falde per almeno altri vent’anni. E questo, credetemi, non lo dico io, ma gli esperti.

Io, che sono un parroco di provincia, so però come funziona la clessidra che ci ammonisce, quali sono i tempi della politica, e che cos’è il percolato. So, per esempio, che la politica si era impegnata a risolvere il problema due decenni fa, e invece stiamo ancora aspettando. E so che il percolato è ciò che cola dall’immondizia in putrefazione, specialmente nei giorni di pioggia e subito dopo. So anche che puzza e fa ribrezzo. So tutto questo, perché tutto questo succede nella Terra dei fuochi, che è la mia terra.
Al tempo dei papiri e delle tavolette cerate era la Campania felix, in quello di Twitter e Facebook è la pattumiera d’Italia.
Una discarica dove ogni anno vengono avvistati seimila roghi di rifiuti, che inceneriscono scorie industriali, sprigionano veleni, ammorbano l’aria e uccidono la vita nei campi. Perciò, da qualche tempo, si parla di “biocidio”. Parola estrema, lo so. Ma rende l’idea.

Certo, all’epoca di mio padre e mia madre mai nessuno l’avrebbe detta, figuriamoci capita. Ma, quando ero piccolo, era tutt’un altro mondo: qui si viveva nel profumo del mosto e dell’erba bagnata; non come ora, che respirare è un rischio e il fetore è insopportabile. Sulla carta geografica, la Terra dei fuochi è quell’area compresa tra Napoli a sud, Caserta a nord, il mare a ovest, e Acerra a est, ovvero il territorio del litorale domizio-flegreo e dell’Agro aversano.
Nella mappa italiana dei disastri ambientali, invece, la Terra dei fuochi è posizionata tra Cengio, in Val Bormida, e Taranto, in Puglia. Di Cengio, dove nel maggio 1979 esplose il reparto di cloruro di alluminio dell’Acna, azienda che dal 1929 produceva coloranti, e la valle si avvelenò, noi in Campania conserviamo sotto terra gran parte delle scorie. Come Taranto, dove le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente sono andate a sbattere l’una contro l’altra, abbiamo i fumi e la lenta asfissia, lì provocati dagli altoforni dell’Ilva, qui dai roghi che spuntano ovunque e all’improvviso, simili ai soffioni di una solfatara. Ma meno belli da vedere, giuro.

Al centro dell’Italia inquinata, c’è dunque la Terra dei fuochi, e al centro della Terra dei fuochi c’è Acerra, la città di Pulcinella, oggi nota per ospitare uno dei più grandi termovalorizzatori d’Europa, un forno gigantesco che ogni anno brucia più di seicentomila tonnellate di rifiuti.
Vicino ad Acerra, infine, c’è Caivano, e io vivo qui, in questo paese di quarantamila anime, che dista appena quindici chilometri dalla Reggia di Caserta e venti dal Teatro San Carlo di Napoli, cioè a un quarto d’ora dalla bellezza. Solo che, ormai, Caivano è diventato un gigantesco loculo di scarti nocivi. È qui che faccio il prete. Ho cinquantotto anni, ma porto la talare da quando ne avevo trenta, cioè da quando ho smesso il camice dell’infermiere specializzato e non frequento più quotidianamente corsie e sale operatorie.

Sono entrato in seminario da uomo maturo, dopo una lunga esperienza di caposala in ospedale e un’appassionata adesione alla Chiesa evangelica pentecostale. Un giorno, stavo raggiungendo in auto l’ospedale San Gennaro di Napoli, nel rione Sanità, cuore profondo della città, e diedi un passaggio a un francescano scalzo, frate Riccardo, oggi missionario in Africa.
Fu l’incontro che cambiò la mia vita. La mia parrocchia è a poche centinaia di metri dal cartello stradale che indica l’inizio del territorio comunale, ma non la si vede subito: ci si deve arrivare, perché è nel mezzo di un rione che si chiama “Parco Verde”, che di verde, manco a dirlo, ha solo il nome e il colore d’origine delle case. Chi viene dalla Napoli- Caserta se le trova davanti spoglie di calce e con le ossature di cemento scoperte. Queste case sono state costruite male, e neanche tanto in fretta, dopo il terremoto del 1980. Qui tutto è stato edificato dopo il terremoto: anche la mia parrocchia, e si vede. Un giornalista, venuto da fuori, un giorno si stupì dei miei sguardi obliqui. Lo avevo accolto in chiesa e ci eravamo seduti in un angolo a parlare. Lo ascoltavo e guardavo in alto. Rispondevo e puntavo gli occhi lassù. Pensò male di me, poi mi disse: «Sfuggente, questo prete». Ma io guardavo il soffitto, tutto qui; perché non l’hanno costruito spiovente, come facevano gli antichi, bensì a cappello, così che, quando piove, nelle intercapedini si accumula l’acqua, e io mi preoccupo. Un anno, due. Al terzo già filtrava. Caivano è tanto lontana dal mondo quanto a portata di svincolo autostradale. Laggiù c’è la città “sgarrupata” del compianto maestro Marcello D’Orta, quella dei bambini di Io speriamo che me la cavo ormai cresciuti; che è poi la grande periferia di Napoli, con i suoi tanti rioni popolari; la città che non partecipa ai vernissage, non veste alla moda, compra solo negli outlet e non guarda mai il mare. Dove, per forza di cose, si cresce con l’istinto di rendere difficile la vita agli altri prima che gli altri la rendano difficile a te. Marcello D’Orta, dopo una lunga malattia, è morto a sessant’anni il 19 novembre 2013.
L’anno precedente aveva inviato una lettera-choc al «Giornale», che la pubblicò il 15 marzo: «È colpa quasi certamente della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho vizi e consumo pasti da certosino?». Simile alla Napoli “sgarrupata”, anche Caivano paga localmente problemi globali come la crisi economica e l’assenza del lavoro. Ne ho conferme tutti i giorni, e spesso sono le più intime.

Un esempio? Entro nel bar di fronte alla parrocchia per un caffè con un amico ma, quando vado a pagare, mi dicono che ci ha pensato lui, un ragazzone che sta lì ad aspettarmi. «Buongiorno, padre. Posso chiederle una cosa?» mi domanda, impacciato. Certo che sì, e mi apparto. Vedo il mio amico preoccupato, perché il ragazzone è non solo alto, ma anche grosso e tatuato. «Che cosa voleva?» mi chiede dopo «Che gli benedicessi la fede.» «Si fa?» «No che non si fa!» Gli spiego, allora, che molti ragazzi, da queste parti, si sposano in municipio e non all’altare. Non perché non siano credenti: semplicemente perché non hanno i soldi per l’abito bianco, i fiori, la festa e tutto il resto.
Chiedono allora la benedizione della fede come surrogato della liturgia. «E tu?» chiede l’amico. «E io niente, gli dico che il matrimonio religioso è una cosa seria. Ma li invito a venire in chiesa a parlarne.»
Come Scampia, la “Gomorra napoletana”, il quartiere dello spaccio e dell’associazionismo eroico, anche il mio ha tanta gente che si dà da fare per aiutare il prossimo. Eugenio è uno di loro, è un mio amico, gestisce un supermarket. Lui accetta i miei “assegni”. Chi ha bisogno me li chiede, poi va da Eugenio, fa la spesa e paga con questi miei bigliettini di carta su cui ho apposto un timbro e una cifra: dieci, venti euro, non di più. Un modo come un altro per combinare carità e privacy. La carità dei parrocchiani, che offrono quello che possono, e la privacy dei più bisognosi.
Proprietà letteraria riservata © 2013 RCS Libri S.p.A., Milano

Tratto da Padre Maruzio Patriciello e Marco Demarco, Non aspettiamo l'apocalisse, Rizzoli, pp. 216, euro 17

Marco Demarco, giornalista, fino al 2014 è stato direttore del «Corriere del Mezzogiorno» che ha fondato nel 1997. Per oltre vent’anni ha lavorato a «l’Unità». Nel 2004 ha creato l’Osservatorio sulla camorra e l’illegalità che ha avuto fra i suoi collaboratori Roberto Saviano. Per Rizzoli ha pubblicato Terronismo (2011) ed è stato coautore di La versione di K di Francesco Cossiga (2010).

Padre Maurizio Patriciello, sacerdote della parrocchia di San Paolo Apostolo in Caivano (NA), è entrato in seminario a ventinove anni dopo aver lavorato come paramedico in ospedale. Impegnato in prima linea nella battaglia per la bonifica della Terra dei fuochi, collabora come editorialista con il quotidiano «Avvenire».

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