Casa al Colosseo, assolto l’ex ministro Scajola

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Era imputato per lo scandalo dell'appartamento pagato "a sua insaputa", ma per i giudici il fatto non costituisce reato. A Sky TG24 dice: "E' stato un processo mediatico". Prosciolto per prescrizione Anemone, accusato di finanziamento illecito

Nessuna prova diretta di colpevolezza. L'ex ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, è stato assolto dal giudice monocratico dall'accusa di finanziamento illecito. Eppure l'inchiesta sulla compravendita della casa in via del Fagutale al Colosseo, a due passi dal Colosseo, gli è costata la poltrona da ministro e ha interrotto la sua carriera politica. Un acquisto, lui disse, "a mia insaputa" (per il quale nel 2011 era stato indagato), una frase che divenne simbolo di una scandalo che colpì uno dei fedelissimi di Silvio Berlusconi.
Ora, a distanza di oltre tre anni, il giudice Eleonora Santolini ha assolto Scajola perché "il fatto non costituisce reato" mentre per l'altro imputato, l'imprenditore Diego Anemone, figura chiave della cosiddetta "cricca" degli appalti per G8 e Grandi eventi, ha deciso il proscioglimento per intervenuta prescrizione. I pm Ilaria Calò e Roberto Felici avevano chiesto tre anni di condanna sia per Scajola sia per l'imprenditore Diego Anemone e il pagamento di una maxi multa di due milioni di euro.

Scajola a Sky TG24: "Processo mediatico" - Claudio Scajola parla così di "tre anni e 9 mesi di sofferenza, di un tempo che nessuno mi restituirà più". Tanto è durata l'inchiesta che lo costrinse al passo indietro. "Sono stato ricoperto di fango per tre anni e mezzo - lo sfogo su Sky TG24 -. E' stato un processo mediatico". (VIDEO)

Le accuse -  Secondo l'accusa, l'imprenditore Anemone avrebbe pagato, attraverso l'architetto Angelo Zampolini, parte (circa 1,1 milioni di euro su 1,7 milioni) della somma versata nel luglio del 2004 dall'esponente del Pdl per acquistare l'immobile e avrebbe poi dato centomila euro per i lavori di ristrutturazione dell'appartamento. Per i pm Ilaria Calò e Roberto Felici non è credibile che l'ex ministro non si "sia reso conto che qualcuno al suo posto versasse una somma così enorme (1 milione e 100 mila euro)".
I pm di piazzale Clodio, che hanno ereditato il procedimento da quelli di Perugia dove era giunto a sua volta da Firenze, nella loro requisitoria avevano sostenuto che questa vicenda "rientra in un esteso sistema corruttivo" portato avanti da Anenome  e "andato avanti dal 1999 al 2010: un lasso di tempo nel quale l'imprenditore ha ottenuto appalti per oltre 300 milioni infiltrando con il suo gruppo le istituzioni ai più alti livelli".

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