Shoah, le colpe degli italiani

Fiori deposti alla Risiera di San Sabba
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Dal campo di concentramento di Vo’ alle ingiurie pubblicate sui quotidiani, Il fascismo e gli ebrei di Angelo Ventura (Donzelli) getta nuova luce sulla partecipazione attiva del regime nell'Olocausto. Un estratto dall'introduzione di Sergio Luzzatto

di Sergio Luzzatto

«Se l’Italia è caduta nella vergogna e nel disonore, se l’Italia conosce oggi il periodo più oscuro della sua storia, ciò lo deve all’ebraismo, a quell’ebraismo che bisogna sterminare »: «dobbiamo pertanto liberarci una volta per sempre, senza sentimentalismi e senza discriminazioni, di questa genia malvagia di parassiti, che di italiano non ha che la cittadinanza usurpata e del tradimento il marchio inconfondibile ». Così, l’8 ottobre 1943, un giornaletto collaborazionista di Padova – «Il Veneto» – suonava a raccolta contro la «razza ebraica maledetta da Dio».

L’armistizio dell’8 settembre era stato annunciato da un mese esatto, Benito Mussolini era stato liberato dalla prigione del Gran Sasso, la repubblica di Salò era sorta sulle ceneri dell’odioso tradimento del 25 luglio: che cosa bisognava attendere ancora perché i maggiori responsabili della rovina, i perfidi giudei, venissero colpiti da una «vendetta terribile e annientatrice»? Eppure le autorità germaniche stesse si erano limitate, fino a quel momento, a recepire i dati anagrafici e gli indirizzi dei 544 ebrei di Padova schedati già nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali. Per gli impazienti collaborazionisti patavini della Soluzione finale, la prima buona notizia arrivò il 19 ottobre sotto forma di un treno piombato: erano i carri bestiame che trasportavano gli oltre mille ebrei di Roma razziati nel ghetto tre giorni prima, il 16 ottobre, e che transitarono per la stazione ferroviaria di Padova verso una direzione ufficialmente sconosciuta, ma ragionevolmente ingrata ai passeggeri. La seconda buona notizia arrivò il 14 novembre, quando il congresso di Verona del Partito fascista repubblicano definì gli appartenenti alla «razza ebraica», fossero pure cittadini italiani, «stranieri» di «nazionalità nemica».

A quel punto anche giornali moderati come il veneziano «Gazzettino» poterono scatenarsi contro gli infami «discendenti di Giuda». Il 1° dicembre, le prefetture della repubblica di Salò ricevettero dal ministero degli Interni l’ordine di deportare «tutti gli ebrei» in «appositi campi di concentramento ». E per allestire tali campi disposero di adattare una varietà di luoghi più o meno conformi alla bisogna: caserme, scuole, colonie estive, ville di campagna. Gli ebrei di Padova e del Padovano vennero concentrati in un’antica villa dal nome aristocraticamente risonante – villa Contarini Venier – nel cuore di Vo’ Vecchio, un borgo al margine occidentale dei Colli Euganei. Trascurato per decenni dalla storiografia universitaria come dalla memoria collettiva, il campo di concentramento di Vo’ è stato “riscoperto” una ventina d’anni fa grazie alle ricerche di uno studioso locale, Francesco Selmin. Sicché oggi conosciamo bene, nome per nome e cognome per cognome, la sessantina di ebrei internati a Vo’ dal dicembre 1943 al luglio 1944: padovani in maggioranza ma anche torinesi, triestini, sloveni, che finirono quasi tutti per conoscere la deportazione in Polonia, la reclusione nel campo di sterminio, la selezione per le camere a gas. Fra gli ospiti coatti di villa Contarini Venier, soltanto tre donne avrebbero fatto ritorno in Italia da Auschwitz.

I prelevati a Vo’ Vecchio partirono il 31 luglio ’44: data fatale per gli ebrei di Padova, che per due di loro – un padre e un figlio – coincideva con la data del compleanno. Augusto Levi, preside di scuola, era nato nel 1884; suo figlio Alvise, studente liceale, nel 1927. Prima che il treno muovesse verso nord il padre riuscì a trasmettere un messaggio ad familiares, messaggio così simile a quelli di altri deportati da farlo somigliare al più disgraziato dei formulari: «Siamo in circa 80 verso dolorosa destinazione […] Per ora siamo insieme ». Insieme i Levi rimasero per quattro giorni ancora, il padre, il figlio e anche la madre, Giovanna D’Italia, arrestata con loro a Padova, detenuta con loro a Vo’, deportata con loro nel convoglio 33T. I due genitori furono liquidati nei crematori di Auschwitz-Birkenau il 4 agosto, giorno stesso dell’arrivo nel Lager. Con una decina di altri ebrei padovani Alvise scampò all’eliminazione immediata, ed entro qualche mese venne trasferito a Dachau: non prima di aver fatto sapere a un compagno di sventura, l’ebreo triestino Bruno Piazza, di «voler vivere e resistere ad ogni costo per vendicare i genitori mandati al crematorio». Proposito ardimentoso, ma destinato a rimanere irrealizzato. Alvise Levi morì di stenti, a Dachau, il 19 dicembre di quel 1944. Aveva diciassette anni.
© 2013 Donzelli editore, Roma

Tratto dall'introduzione di Sergio Luzzato a "Il fascismo e gli ebrei, Il razzismo antisemita nell'ideologia e nella politica del regime" di Angelo Ventura , Donzelli editore, pp.248, euro 19

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