‘Ndrangheta, proteggevano le discoteche a Milano: 10 arresti

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Il gruppo criminale Barbaro-Papalia avrebbe controllato i servizi di sicurezza di alcuni noti locali. Il pm: “In Lombardia è l’imprenditore a cercare le cosche”. Riaperte anche le indagini su un omicidio irrisolto del 1976

Avrebbero offerto una “protezione a tutto campo” ad alcune note discoteche di Milano attraverso una “sorta di estorsione-tangente” dal cui pagamento gli imprenditori avrebbero tratto anche “un cospicuo vantaggio”. Per questo, come scrive il gip di Milano Franco Cantù Rajnoldi nell'ordinanza emessa su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari, alcuni presunti componenti della cosca della ‘ndrangheta Barbaro-Papalia sono stati raggiunti da ordinanze di custodia cautelare in un’operazione dei carabinieri e della Guardia di Finanza disposta dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo lombardo. L'inchiesta è nata da 'costole' di altre indagini portate avanti negli ultimi anni dalla Dda di Milano sul clan dei Barbaro-Papalia, attivo in particolare nel settore del movimento terra nell'area sud di Milano e in particolare nei comuni di Buccinasco, Corsico e Trezzano sul Naviglio. L’operazione, iniziata all’alba, ha portato all’arresto di otto persone in Lombardia e altre due persone in provincia di Reggio Calabria.

Le discoteche "protette"
- Le discoteche milanesi "protette" dagli 'ndranghetisti erano i Magazzini Generali, il Codice a barre, il De Sade, e il Borgo dei sensi (ex Parco delle rose). Locali importanti della movida meneghina, per i quali l'imprenditore che gestiva la società a cui facevano capo avrebbe chiesto un occhio di riguardo alla cosca calabrese. Secondo le accuse della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Milano, i dieci arrestati tra la Lombardia e la Calabria, oltre al business della sicurezza delle più importanti discoteche milanese, controllavano un giro di estorsioni e traffico di sostanze stupefacenti.

L’inchiesta - Le indagini della Dda di Milano avrebbero accertato il controllo "totale" degli uomini della 'ndrangheta sui servizi di security e bodyguard di alcune discoteche milanesi. I presunti boss, in particolare, secondo i pm, avrebbero fornito "agli imprenditori servizi di sicurezza attraverso forme di cosiddetta estorsione - protezione, dove il rischio per l'imprenditore deriva dallo stesso soggetto (appartenente alla 'ndrangheta) che fornisce la protezione". Altro 'servizio' fornito dalle cosche calabresi, sempre secondo l'accusa, era quello del recupero "crediti derivanti da attività lecite e illecite avvalendosi della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e pertanto con modalità estorsive".

Gli arrestati - Al centro dell'inchiesta Agostino Catanzariti, arrestato per associazione mafiosa "quale capo e organizzatore, con il compito di coordinare l'attività degli altri associati, di tenere i contatti con gli altri sodali detenuti, provvedendo anche al loro sostentamento economico". Tra gli arrestati anche Flavio Scarcella, imprenditore, che avrebbe chiesto e ottenuto "l'intervento di Catanzariti Saverio (anche lui finito in carcere, ndr) per mediare con la famiglia mafiosa Flachi ed in particolare con Flachi Enrico, per la gestione della sicurezza all'interno della discoteca De Sade". Custodia cautelare anche per Antonio Papalia che avrebbe avuto "il ruolo di capo", sovraintendendo "all'attività di spaccio di stupefacente nel territorio di Corsico - Buccinasco, manifestando il suo ruolo di vertice". Arrestati anche Michele Grillo, Halil Abderrahim, Giuseppe Massari, Giuseppe Mesiti, Natale Trimboli, Antonio Virgara.

Pm: “In Lombardia è l’imprenditore a cercare le cosche”
- "Questa indagine conferma quanto emerso nel corso di molte altre inchieste sui legami tra 'ndrangheta e imprenditoria in Lombardia: ovvero che sono gli imprenditori a cercare le cosche, e non più viceversa" sottolinea il pm Paolo Storari della Procura di Milano nel corso della conferenza stampa. "Il termine infiltrazione non è corretto, perché dà l'idea di un virus che dall'esterno attacca un corpo sano. E invece non è così, almeno non più, sono le presunte vittime, gli imprenditori, a chiedere l'aiuto della 'ndrangheta. In questo caso specifico si adombra addirittura un rapporto decennale tra le parti, con una sorta di 'assicurazione' che veniva periodicamente rinnovata".

Riaperte le indagini su un omicidio del 1976
- L’inchiesta ha portato anche a riaprire le indagini sull'omicidio di un nomade, Giuseppe De Rosa, avvenuto oltre 37 anni fa, nel 1976, dopo una rissa in discoteca e rimasto senza colpevoli. La ricostruzione degli investigatori punta il dito contro il boss Rocco Papalia, che avrebbe ucciso il nomade - ex di una donna calabrese - per affermare davanti a tutta la mala di Milano che i nuovi arrivati dal meridione erano degni del massimo rispetto.

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