Se l'integrazione passa attraverso il cricket

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Sono giovanissimi, vivono e studiano da sempre in Italia, ma per lo Stato quasi nessuno di loro è cittadino italiano. In Italian Cricket Club (Add editore), il racconto delle storie di uno sport specchio delle nostre contraddizioni. L'ESTRATTO

di Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli

È il 21 agosto del 2009, un venerdì. Le motovedette della Guardia di Finanza fanno su e giù per il Canale di Sicilia. Secondo il racconto di cinque eritrei soccorsi il giorno prima al largo di Lampedusa, durante una traversata in gommone durata oltre 20 giorni, 73 immigrati sarebbero morti di stenti e i loro corpi abbandonati in mare.
La versione dei superstiti viene ritenuta attendibile dalle organizzazioni umanitarie e dalla procura di Agrigento, che apre un’inchiesta contro ignoti per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il Viminale, guidato dal leghista Roberto Maroni, che in quei giorni è accusato dall’Unione Europea di adottare una politica dei respingimenti contraria ai diritti umani, esprime invece dubbi e perplessità.
È una storia che si ripete ogni estate: migliaia di disperati senza nulla da perdere se non la loro stessa vita lasciano i Paesi del Corno d’Africa, dell’Africa centrale o del Maghreb e pagano alcune migliaia di euro per arrivare in Europa. Li aspettano settimane di viaggio nel deserto, altre di attesa lungo le coste tunisine o libiche, infine una bagnarola e tre o quattro giorni senz’acqua in balia del mare e dei capricci di un vecchio motore. Qualcuno sopravvive, finisce in un Centro di identificazione ed espulsione (i famigerati Cie) e, se è fortunato, riesce a costruirsi un futuro sulla sponda più ricca del Mediterraneo. Qualcun altro viene inghiottito dalle onde e diventa un fantasma, tutt’al più un numero in una statistica della Caritas.
Il governo italiano, in entrambi i casi, sta a guardare, incapace di gestire il fenomeno migratorio sia nella fase dell’emergenza sia in quella dell’integrazione.

A Pianoro, provincia di Bologna, in quel venerdì d’agosto di qualche anno fa, queste tragedie sembrano lontanissime. Anzi: è un giorno di festa. I ragazzi della Nazionale Under 15 di cricket stanno portando a termine un’impresa storica: battere la formazione dell’Isola di Man e aggiudicarsi per la prima volta lo «European Under 15 Division 2 Championship», il campionato europeo di seconda divisione. Un po’ come se la Nazionale jamaicana di bob riuscisse a salire sul podio olimpico accanto a Canada e Norvegia.
«All’inizio del ventunesimo over eravamo in vantaggio e dovevamo dare il colpo di grazia ai nostri avversari» racconta Harpreet Singh, uno dei protagonisti di quella partita. «In campo erano rimasti gli ultimi battitori. Senza falsa modestia posso dire che effettuai un lancio perfetto. Per un attimo ci fu un silenzio che sembrò lunghissimo, come quando si arriva sulla cima di una montagna e si rimane senza fiato per il panorama che ti si spalanca davanti: 163 a 59, il titolo era nostro. Oltre all’Isola di Man avevamo fatto meglio di Belgio, Francia, Germania, Gibilterra, Israele e Svizzera».
I ragazzi intonano l’inno di Mameli, seppur con qualche storpiatura: «Fratelli d’Italia…Viva l’Italia / Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa / Fratelli d’Italia…Viva l’Italia».

È in quel momento che due fatti apparentemente così lontani – un gommone alla deriva in mezzo al mare e un gruppo di ragazzini che festeggia la vittoria di un torneo – finiscono uno accanto all’altro sulle pagine dei giornali. Il successo che sarebbe potuto tranquillamente passare sotto silenzio si trasforma in un caso mediatico, portando per la prima volta il cricket al centro del dibattito politico.
La svolta, quel giorno, la impone la dichiarazione del presidente della Federazione Cricket Italiana Simone Gambino: «Dedico il titolo a Umberto Bossi, perché dimostra che gli immigrati non portano solo guai, ma danno anche lustro all’Italia. Questa vittoria è per chi non vorrebbe che questi ragazzi fossero italiani: hanno dimostrato sul campo che gli immigrati sono una ricchezza». Per comprendere le parole di Gambino basta pensare che pochi giorni prima l’Arci aveva denunciato Renzo «il Trota» – il secondogenito del Senatur – per aver ideato e messo online un videogioco intitolato Rimbalza il clandestino, e rileggersi la rosa della squadra che aveva appena vinto l’Europeo: Asghar Muhammad Waqas, Alamin Mia, James Fort, Swad Sahidul Islam, Faysal Mia, Adnan Mohammad, Atikur Rahaman, Charith Rajamanthri, Edoardo Scanu, Aamir Shaikh, Harpreet Singh, Harry Starost e Salman Zaman.

Solo tre di questi giocatori, all’epoca poco più che bambini, avevano il passaporto italiano. Tutti gli altri erano stranieri. Secondo la nostra legge, una delle più restrittive d’Europa, prima di poter richiedere la cittadinanza, e indossare la maglia azzurra nel calcio, avrebbero dovuto aspettare i 18 anni. Proprio come Mario Balotelli, loro quasi coetaneo di origini ghanesi, che per mettere piede a Coverciano ha dovuto attendere la maggiore età.
Per le regole internazionali del cricket, invece, figlie del retaggio vittoriano di questo sport e ancora oggi stabilite e custodite dal Marylebone Cricket Club di Londra, per rappresentare una nazione sul campo basta esserci nato o risiedervi da alcuni anni. Per gli adulti sono richiesti sette anni di residenza continuativa, con una deroga per due degli 11 giocatori in campo cui ne sono sufficienti quattro; per le nazionali giovanili, bastano quattro anni di residenza. Nel mondo anglosassone l’appartenenza alla nazione non dipende come in Italia dai legami di sangue (ius sanguinis), ma dal posto in cui ogni persona nasce e vive (ius soli). È per questo, ad esempio, che ogni anno centinaia di donne messicane provano a superare il confine con la California nei giorni del parto sperando di garantire al proprio erede il passaporto statunitense. Questo principio, che si manifesta innanzitutto nelle regole sulla cittadinanza, si ritrova anche nei regolamenti sportivi. Il cricket da questo punto di vista è un ottimo imbuto per travasare un po’ di principi liberali anglosassoni nell’anacronistica legislazione italiana.
©2013 add editore, Torino. Tutti i diritti riservati

Tratto da G. Fasola, I. Lombardo, F. Moscatelli, Italian Cricket Club, Add editore, pp.194, euro 14.

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