Lampedusa, i superstiti: "I dispersi sono oltre 250"

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"Sulla barca eravamo 518" hanno detto i sopravvissuti alla delegazione di parlamentari sull'isola. Nell'hangar dell'aeroporto la cerimonia in memoria dei morti già accertati, i cui corpi giacciono in 111 bare senza nome. Boldrini: "Repressione non serve"

111 morti già accertati e 252 dispersi. Sarebbe questo il bilancio del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa secondo quanto raccontato da alcuni dei sopravvissuti, alla delegazione di parlamentari sull'isola. "I superstiti ci hanno raccontato che sul barcone affondato c'erano 518 persone se si pensa che i sopravvissuti sono 155, la conclusione è fortemente drammatica" ha spiegato il deputato di Scelta  Civica Mario Marazziti.

Intanto, oggi 5 ottobre, si tenuta nell’hangar dell’aeroporto la commemorazione per i 111 morti accertati. Tutti ancora senza nome, solo un numero a identificarli. Forse, tra mesi, si riuscirà a ricostruire l'identità di qualcuno. Una fila di bare lunga quaranta metri ad accogliere i loro corpi (FOTO). La bara più piccola è lunga meno di un metro. E’ quella col numero "93" dove giace il corpo del più piccolo dei quattro bimbi morti e recuperati, 12 mesi di vita appena.

Alla cerimonia hanno partecipato i sopravvissuti, molti dei quali non ce l'hanno fatta e sono stati portati fuori a braccia dai soccorritori e dagli operatori umanitari che da giovedì non li abbandonano un solo istante. "Le nostre lacrime sono le vostre; le nostre preghiere sono le vostre" ha detto Don Stefano, il parroco di Lampedusa che tante ne ha viste e tanti morti ha contato. Parole ripetute in tigrino, la lingua eritrea, la lingua di questi morti senza nome. Un fiore su ogni bara. tra i presenti anche la presidente della Camera che, da Lampedusa, ha rivolto il suo monito alla politica: "Il problema non si risolve con la repressione". Accanto a lei il sindaco Giusi Nicolini ha finito ormai le lacrime: "Il pianto dei superstiti è un urlo che rompe il cervello" scrive su twitter cerimonia finita.

Il pianto dei sopravvissuti, a cui si aggiunge quello degli altri eritrei ospiti del Centro arrivati all'hangar a piedi come fossero in carovana nel deserto, dura un'ora. Poi le luci all'interno dell'hangar si abbassano e torna il silenzio, rotto solo dal rumore dell'aria condizionata.

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