G8, Cassazione: a Bolzaneto accantonato lo Stato di diritto

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Le motivazioni dei giudici della Suprema Corte sulla sentenza per i fatti avvenuti nella caserma di Genova nel 2001: "Non si è trattato di momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità, ma dell'esatto contrario"

A Bolzaneto, durante i disordini del G8 di Genova del luglio 2001, sono state portate avanti "violenze senza soluzione di continuità" in condizioni di "assoluta percettibilità visiva e auditiva da parte di chiunque non fosse sordo e cieco". La Cassazione nelle 110 pagine di motivazioni che spiegano il perché, lo scorso 14 giugno sono state rese definitive sette condanne e accordate quattro assoluzioni per gli abusi alla caserma contro i manifestanti fermati, mette nero su bianco che a Bolzaneto c'è stato un "completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto". Quanto alle violenze commesse, la Suprema Corte sottolinea che "non si è trattato di momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità, ma dell'esatto contrario".
La Cassazione ha così chiuso l'ultimo dei grandi processi sui fatti del luglio 2001. Nel precedente verdetto d'appello, i giudici avevano dichiarato prescritti i reati contestati a 37 dei 45 imputati originari tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici - riconoscendoli comunque responsabili sul fronte dei risarcimenti. Risarcimenti che però la sentenza definitiva ha ridotto. Piazza Cavour punta il dito contro chi era preposto al comando: "Non è da dubitarsi che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all'obbligo di impedire l'ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati".

"Costretti a inneggiare al fascismo" - Le "violenze private", secondo i giudici, si concretizzarono anche "nella costrizione a inneggiare al fascismo". Ma è un vero e proprio "catalogo degli orrori" quello ricostruito, pagina dopo pagina, dalle motivazioni: "lesioni con gas urticante", "percosse con calci, pugni schiaffi e colpi di manganello", "minacce" di vario tipo: una "chiara visione" di quello che stava accadendo non poteva non emergere dall'"aspetto atterrito e sanguinante degli arrestati", dal "modo in cui venivano apostrofati e trattati dai loro seviziatori", dalle "urla di dolore delle vittime" e appunto, da "canti e suoni inneggianti al fascismo che provenivano ora dall'esterno della caserma, ora dal corridoio".

"Inaccoglibile la linea difensiva" -
La Cassazione denuncia come il "compimento dei gravi abusi in danno dei detenuti si fosse reso evidente per tutto il tempo, data l'imponenza delle risonanze vocali, sonore, olfattive e delle tracce visibili sul corpo e sul vestiario delle vittime". Ecco perché, osserva la Quinta sezione penale, è "inaccoglibile la linea difensiva basata sulla pretesa inconsapevolezza di quanto si perpetrava all'interno delle celle, e anche nel corridoio durante gli spostamenti, ai danni di quei detenuti sui quali i sottogruppi avrebbero dovuto esercitare la vigilanza, anche in termini di protezione della loro incolumita'".

"Atti la cui illeceità era manifesta" -
Piazza Cavour denuncia anche i comportamenti inaccettabili di chi aveva il comando e non ha mosso un dito per fermare le violenze sui No global: "è fin troppo evidente che la condotta richiesta dei comandanti dei sottogruppi consisteva nel vietare al personale dipendente il compimento di atti la cui illiceità era manifesta: ciò non significa attribuire agli imputati una responsabilità oggettiva, ma soltanto dare applicazione" alla norma che regola "la posizione di garanzia da essi rivestita in virtù della supremazia gerarchica sugli agenti al loro comando".

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