"Il boato e un cratere": trent'anni fa moriva Rocco Chinnici

Un'immagine d'archivio della strage del 29 luglio 1983, a Palermo, nella quale persero la vita Rocco Chinnici e tre carabinieri della scorta
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Il 29 luglio 1983 il magistrato perdeva la vita per un attentato. In Così non si può vivere (Castelvecchi), i giornalisti De Pasquale e Iannelli ricostruiscono la sua storia pubblicando per la prima volta il diario nella veste autografa. ESTRATTO

di Fabio De Pasquale e Eleonora Iannelli

Erano ancora in pigiama. Si ritrovarono catapultati in strada, strappati ai loro letti e al torpore dell’estate. Il destino, quella mattina, diede loro appuntamento di buon’ora.
Correvano per inerzia, dietro il boato terrificante, con un sinistro presagio dentro il cuore. Il tempo e lo spazio si fermarono, per Giovanni ed Elvira, alle 8:05 di venerdì 29 luglio 1983.
In via Giuseppe Pipitone Federico, nella Palermo residenziale nata dal «sacco» edilizio degli anni Sessanta-Settanta, l’aria calda era irrespirabile. L’atmosfera rarefatta, surreale, come nel peggiore degli incubi di due ragazzi di 19 e 24 anni. Una gigantesca coltre di fumo, di polvere e di gas avvolgeva tutto: la scala, l’androne, il palazzo al numero civico 59, la loro casa. E la strada, dove non c’erano più l’asfalto, i marciapiedi, le auto parcheggiate, quelle che di solito cominciavano a transitare, i pedoni che camminavano. Era tutto informe.

Al centro, un grande cratere. Intorno, un groviglio, un ammasso di lamiere, calcinacci, vetri, macerie. Pezzi di cose indefinite. Dentro quell’inferno, dove qualcuno era stato dilaniato, o esalava l’ultimo respiro, e altri miracolosamente scampavano alla morte, c’era il loro papà, il giudice Rocco Chinnici.
Appena cinque minuti erano trascorsi da quando lui aveva dato loro il «buongiorno». Era entrato nelle loro camere, come sempre, con il vassoio del caffè. Un buffetto sul viso e il vocione familiare, rimasto ancora a rimbombare tra le pareti squassate dall’esplosione di un’utilitaria, una Fiat 126 verde, una qualsiasi, ma imbottita di tritolo: «Arrivederci ragazzi, a più tardi».
Non l’avrebbero mai più visto, con la sua figura imponente di omone di 58 anni, all’apparenza burbero, ma in realtà «un pezzo di pane».

Rigoroso, un po’ autoritario, però affettuoso e presente, anche quando il peso delle responsabilità e la paura per i suoi cari lo schiacciavano. Quella mattina, com’era sua abitudine, il giudice-papà aveva già smaltito tre ore di lavoro. Chino sui faldoni, prima ancora che spuntasse l’alba, a leggere gli ultimi verbali di polizia e carabinieri, ad annotare appunti e riflessioni, per poi discuterne con i suoi colleghi, in ufficio, nel piano ammezzato del Palazzo di giustizia.
Ma lì non sarebbe mai arrivato. Restarono soli Giovanni ed Elvira, in quello scenario di morte. Attoniti, annichiliti, fino al sopraggiungere delle urla della gente che accorreva, delle sirene delle volanti e delle ambulanze. Soli, per un tempo che sembrò loro infinito.

A scoprire, per primi, la tragedia della loro famiglia e di una città intera, della cosiddetta «società civile», destinata a piangere e a tremare ancora a lungo. Non c’è terapia che possa aiutare a elaborare tanto strazio. A casa Chinnici, per trent’anni, il dolore viscerale è stato protetto col riserbo. Oggi i figli hanno deciso di raccontare tutto di quel giorno, comprese le sensazioni più riposte, ma soprattutto di parlare dell’antefatto della strage.
Di rompere il silenzio e svelare la loro verità sulla «condanna a morte». Per amore, per amore del padre e della storia della Sicilia, scritta anche da lui, dal giudice Rocco Chinnici.
Giovanni, quasi cinquantenne, è avvocato, libero professionista, già responsabile dell’ufficio legale di un istituto di credito a Palermo. Torna ai suoi 19 anni, quando il pensiero più incombente era quello delle prime materie di Giurisprudenza. Aveva un sogno il più piccolo dei tre figli: diventare magistrato, lavorare pure lui in quell’austero Palazzo di giustizia, dove da bambino, talvolta, scorazzava nei corridoi deserti di pomeriggio, o faceva i compiti in un angolino della scrivania. Ma il padre non voleva che seguisse le sue orme. Lo rimbrottava bonariamente. Il suo istinto di protezione era profetico. Ricorda tutto Giovanni, ogni attimo di quella torrida mattina. Non ha voluto e non ha potuto rimuovere nulla.

«Io ed Elvira eravamo ancora in pigiama. Sentimmo un boato, un’esplosione. Sembrava la fine del mondo. Era successo qualcosa di tremendo a papà. Lo capimmo subito, senza neanche affacciarci al balcone. Scendemmo precipitosamente, dal terzo piano, giù per le scale. C’era fumo, fumo dappertutto. Vedemmo prima il corpo del portiere, a terra, il povero Stefano, ma non riuscivamo a trovare papà. Girammo attorno, con l’angoscia nel cuore.
Lo scoprii io. Gridai a Elvira: “Guarda, è lì”. Non auguro a nessun figlio, anzi proprio a nessuno, di vedere con i propri occhi uno strazio simile. Ci chinammo, urlammo di disperazione, ci abbracciammo. Poi rimanemmo ammutoliti».

Il racconto si interrompe. Al suo posto, parlano le foto raccapriccianti e i commenti a caldo pubblicati sulla stampa. Il quotidiano del pomeriggio, «L’Ora», titolò: Palermo come Beirut. E il giorno dopo: È una guerra in cui cadono solo i buoni. Raccogliendo successivamente le dichiarazioni degli inquirenti, chiosava con amara ironia: «Ma quale Conca d’oro. Questa è soltanto la Conca d’odio. La solitudine degli investigatori palermitani nella città delle stragi e dei massacri mafiosi viene fuori crudamente».
Lo storico quotidiano di Palermo, il «Giornale di Sicilia», il giorno seguente titolò: Per uccidere Chinnici hanno fatto una strage, agguato mafioso al tritolo. Il presidente Pertini: è una sfida alla Repubblica. Grande attenzione anche sui giornali nazionali, con reportage ed editoriali: A Palermo come a Beirut. Non è sfida ma è guerra, scrisse «la Repubblica». E riportando le parole di Pertini: La lotta alle cosche non avrà tregua. Lo Stato accetta la sfida. Il «Corriere della Sera» titolò: Strage della mafia, ucciso un giudice. Per assassinare il capo dell’ufficio istruzione del Tribunale è stato impiegato un quintale di tritolo. E ancora: Terrore mafioso: Palermo come Beirut. Strage per uccidere il giudice Chinnici. La passività e l’inerzia dello Stato lasciano aperta la strada alla sanguinosa sfida. Così «l’Unità» che, in un editoriale del direttore Emanuele Macaluso, tratteggiava la figura della vittima: Vorrei ricordare l’uomo straordinario che fu Rocco Chinnici. L’avevo conosciuto anni fa nella casa di Cesare Terranova al quale era legato da grande amicizia ed affetto e dal quale poi aveva ereditato l’Ufficio istruzione di Palermo [in realtà, Terranova era stato designato dal Csm, ma non aveva avuto il tempo di insediarsi, perché ucciso il 25 settembre 1979, nda]. Chinnici era un uomo semplice e schietto; il suo viso ricordava la Sicilia contadina, pulita; i suoi occhi esprimevano bontà grande, intelligenza e fermezza. Come Cesare Terranova, del fenomeno mafioso sapeva cogliere sempre e solo l’essenziale, senza vagare tra le nuvole di teorie astratte, improbabili e romanzesche o nello scetticismo interessato e mistificatorio.

Ha conservato tutto il figlio Giovanni, in una carpetta che custodisce gelosamente nel suo studio di casa. La rassegna stampa della «memoria». Il suo pensiero corre alla mamma che ora non c’è più. «A lei, come a mia sorella Caterina, il destino ha risparmiato, almeno, lo strazio dell’esplosione. Si trovava a Trapani, per lavoro, e rientrando in città precipitosamente, assieme a un cugino, credeva di raggiungerci in una camera di ospedale. Eravamo, invece, in una camera mortuaria».
Ricordando il padre che vide, per l’ultimo abbraccio, ricomposto sotto un lenzuolo bianco, il figlio minore cerca di ricostruire la vigilia dell’attentato: «Era preoccupato papà, più teso del solito», racconta Giovanni, «nonostante si sforzasse di apparire sereno con noi. Non ci parlava apertamente dei suoi timori, ma li immaginavamo. Arrivavano strane telefonate a casa, nel cuore della notte. Una volta, a rispondere era stata la mamma ed era rimasta sconvolta. Lui minimizzava, però teneva sempre un registratore sul comodino, accanto al telefono. E registrava tutto. Quelle minacce si rivelarono serie, fondate. Papà le aveva riferite alle forze dell’ordine e al Consiglio superiore della magistratura, ma evidentemente furono sottovalutate. Aveva detto di temere per la sua vita e pure per quella di Falcone e Borsellino, i suoi più stretti collaboratori.

Aveva chiesto aiuto, rinforzi in ufficio, ma rimase solo, con i suoi fedelissimi, ad affrontare un lavoro improbo e pericoloso. Le misure di protezione restarono invariate. Anzi, alcuni mesi prima, addirittura, gli era stato tolto il presidio notturno dei carabinieri sotto casa.
Se ci fosse stato, i killer non avrebbero potuto agire indisturbati, parcheggiare l’auto e piazzare l’esplosivo davanti al nostro portone. Se la Criminalpol e la Questura avessero avvertito papà della soffiata ricevuta sull’organizzazione di una strage, forse lui si sarebbe andato a rinchiudere in un bunker come fece poi il suo successore. Avrebbe adottato misure di sicurezza ancora più rigorose.
Invece, nulla. La sua morte non fu improvvisa, imprevista. Fu annunciata. Preceduta da una raffica di velate intimidazioni e poi di pesanti minacce, fuori e dentro il Palazzo di giustizia «sonnolento», come lo definiva lui stesso. Un crescendo, fino alla notizia riservata sull’arrivo dell’esplosivo a Palermo, pochi giorni prima dell’autobomba. Rimase tutto nei cassetti».
Per gentile concessione dell'editore © 2013 Lit Edizioni Srl.

Tratto da Fabio De Pasquale, Eleonora Iannelli, Così non si può vivere, Castelvecchi Rx, pp.278, euro 18,50

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