Trattativa Stato-mafia, Riina: "Sono stati loro a cercarmi"

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Dal capomafia arriverebbero conferme sull'esistenza dei negoziati. A due agenti penitenziari avrebbe detto inoltre di essere stato "andreottiano da sempre" e di "non sapere nulla sul papello". E ancora: "In via D'Amelio c'erano i servizi"

L'ex capo di Cosa nostra Totò Riina avrebbe indirettamente confermato l'esistenza della presunta trattativa Stato-mafia, segnalando inoltre la presenza dei servizi segreti in via D'Amelio a Palermo, dove nel 1992 fu ucciso il giudice Paolo Borsellino.
Lo scorso 31 maggio, durante una pausa del processo parlando con due guardie carcerarie Riina avrebbe pronunciato delle frasi che sono state messe a verbale e depositate al processo in corso a Palermo.

Le rivelazioni di Riina - "Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me". E ancora: "Mi hanno fatto arrestare Provenzano e [l'ex sindaco di Palermo Vito] Ciancimino, non come dicono i carabinieri", avrebbe detto Riina, confermando indirettamente quanto rivelato in passato dal figlio dell'ex sindaco mafioso, Massimo Ciancimino, e cioè che attraverso il padre i carabinieri del Ros avrebbero cercato un contatto per fermare le stragi mafiose.
A proposito del "papello", poi, il documento con le richieste di Cosa nostra che Vito Ciancimino avrebbe passato al Ros, il capomafia ha detto di non saperne niente. "Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti". "La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa [di Borsellino]. Ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi". Infine, l'accusa più infamante: "La vera mafia sono i magistrati e i politici - avrebbe detto ancora Riina, detenuto dal 1993 - che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine".

Riina: "Io andreottiano da sempre" - Il boss della mafia avrebbe inoltre rivelato si essere andreottiano da sempre. "Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre". Queste le parole che avrebbe detto all'agente di custodia del Gom che gli chiedeva se fosse vera la storia del bacio tra lui e Giulio Andreotti.
"Ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? - avrebbe aggiunto Riina - Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e tutta la mia famiglia". E ancora: "Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli. Io di questo papello non so niente. Non l'ho mai visto" avrebbe affermato in riferimento al 'papello', cioè la lista con le richieste di Cosa nostra allo Stato per la trattativa.

Dubbi dal direttore del carcere di Opera -  Il primo ad esprimere dubbi circa il comportamento del boss è Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera
dov'è detenuto il capomafia corleonese: "Le ripetute e ravvicinate affermazioni del Riina su vicende processuali o fatti che lo riguardano (come l'arresto) appaiono anomale rispetto a un atteggiamento che da sempre lo ha contraddistinto, di 'riservatezza' nell'approccio con gli operatori tutti" afferma. Per Siciliano, la "loquacità" di Riina "potrebbe avere un preciso significato quanto essere riconducibile a un deterioramento cognitivo legato all'età". I due agenti, che avrebbero raccolto le dichiarazioni del boss in una pausa del processo nell'udienza del 31 maggio scorso, assicurano che "Riina era assolutamente lucido, cosciente, padrone di se e ha scandito quelle frasi perché noi le sentissimo chiaramente".

L'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia - I pm sostengono che una presunta trattativa sarebbe stata intavolata con i capi mafiosi da esponenti istituzionali per cercare di porre fine al periodo stragista, dopo l'attentato contro i giudici Falcone e Borsellino nella primavera del 1992. Tra gli imputati nel processo di Palermo figurano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, lo stesso Riina, Massimo Ciancimino e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. Tutti gli imputati - tranne Mancino, a cui si contesta la falsa testimonianza - sono accusati di attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, giudiziario o amministrativo dello Stato, aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra. A Ciancimino sono contestati anche i reati di associazione a delinquere di tipo mafioso e calunnia aggravata.

Lunedì 1 luglio i pm hanno contestato la difesa di Mancino, che ha chiesto di essere giudicato a Roma dal Tribunale dei ministri. I magistrati sostengono che il reato di falsa testimonianza non è ministeriale perché sarebbe stato commesso quando Mancino non rivestiva più incarichi di governo, e che in ogni caso non avrebbe alcun legame funzionale con quegli incarichi.

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