Unipol, giudici: Berlusconi ascoltò la telefonata di Fassino

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Pubblicate le motivazioni della condanna del Cavaliere a un anno per concorso in rivelazione di segreto d'ufficio: "Ebbe un ruolo decisivo" nella pubblicazione dell'intercettazione tra Consorte e l'ex leader dei Ds

Silvio Berlusconi ascoltò la telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte nella quale l'allora presidente di Unipol informava l'ex leader dei Ds della tentata scalata di Bnl a Unipol ("abbiamo una banca"). La conversazione di fine dicembre 2005 era di "peculiare interesse in quel periodo pre-elettorale, tenuto conto della portata politica di quella conversazione".
E' quanto sostengono i giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano nelle 90 pagine di motivazione al verdetto (qui il video della sentenza) col quale lo scorso 7 marzo hanno condannato Berlusconi a un anno di reclusione per concorso in rivelazione di segreto d'ufficio, nel processo per l'intercettazione telefonica pubblicata dal quotidiano "Il Giornale" sulla tentata scalata di Unipol a Bnl. Mentre Berlusconi ha negato di aver ascoltato il nastro, secondo i giudici "quella sera la registrazione audio venne ascoltata attraverso il computer, senza alcun addormentamento da parte di Berlusconi, o inceppamento del pc". 

Prescrizione a metà settembre
- Le accuse per l'ex premier e suo fratello Paolo - condannato a due anni e tre mesi per lo stesso capo d'imputazione - si prescriveranno a metà settembre allontanando la prospettiva che si possa celebrare un processo d'Appello, come riferito da fonti giudiziarie. Sempre secondo i giudici, "la sua [di Berlusconi] qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata, non potendosi ritenere che, senza il suo assenso, quella telefonata fosse poi pubblicata". 

"Regalo di Natale" -
Nella ricostruzione dei giudici, la telefonata tra Fassino e Consorte, pubblicata in un delicato momento politico, rappresentò "un regalo di Natale" per l'allora premier. "Ritiene il tribunale - è scritto nelle motivazioni -. Che la vicenda in esame si sia rivelata quale emblematica espressione della spregiudicatezza con cui un incaricato di pubblico servizio, quale Roberto Raffaelli, titolare, in ragione del suo incarico, di delicatissimi compiti affidatigli dall'autorità giudiziaria, si sia reso disponibile a piegare il dovere di lealtà nei confronti della Pubblica Amministrazione".
"Violando - continuano i giudici - il dovere di segretezza imposto sui contenuti delle intercettazioni, persino secretate, come questa, trasformata in un regalo di Natale volto ad ingraziarsi l'appoggio del presidente del Consiglio al fine di ottenere la sua protezione". L'intercettazione, che non era stata nemmeno ascoltata dai pm, venne portata da Roberto Raffaelli, amministratore della società incaricata delle registrazioni per conto della Procura, la sera della vigilia di Natale del 2005 ad Arcore. In questo modo Raffaelli intendeva garantirsi l'appoggio del premier per una commessa in Romania. Cinque giorni dopo la telefonata, penalmente irrilevante, venne pubblicata su "Il Giornale".

Ebbe una condotta lesiva verso la pubblica amministrazione - I giudici lo scorso marzo decisero di non concedere le attenuanti generiche all'ex premier "tenuto conto della qualità di pubblico ufficiale di Silvio Berlusconi, e della lesività della condotta nei confronti della Pubblica amministrazione". Nella sentenza, la corte ha inoltre stabilito un risarcimento di 80.000 euro a Fassino, parte civile nel processo.
I fratelli Berlusconi - che hanno sempre respinto ogni addebito - sono stati processati per la pubblicazione della telefonata, non depositata agli atti, tra Fassino e Consorte, in cui il politico pronunciava la famosa frase "abbiamo una banca".

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