Genova, si cercano i dispersi. Avanza l’ipotesi di un'avaria

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Proseguono le ricerche delle due persone che mancano all’appello. Il bilancio resta di 7 morti e 4 feriti. Intanto al porto vanno avanti a tutto campo le indagini sulle cause dell’incidente, ma sembra sempre più probabile un problema ai motori

Tre vittime della tragedia avvenuta martedì sera al molo Giano, nel porto di Genova, sono morte per annegamento; le altre quattro per politraumatismi da schiacciamento. E' questo l'esito dei rilievi cadaverici autoptici effettuati all'istituto di Medicina legale dell'ospedale San Martino dove il personale, coordinato dal dottor Marco Canepa, ha accertato le cause dei decessi senza procedere ad autopsie complete essendo chiara la dinamica della morte dei sette militari della guardia costiera e piloti del porto. Da oggi, venerdì 10 maggio, le salme sono state liberate dall'autorità giudiziaria e potranno essere sepolte o cremate. Intanto, sono continuate per tutta la notte e andranno avanti anche per tutta la giornata di oggi le ricerche del maresciallo di Guardia Costiera Francesco Cetrola, 38 anni, e del sergente Gianni Jacoviello, di 33, i due dispersi. Secondo quanto si apprende, le squadre di soccorritori avrebbero identificato il punto dove si trovano i corpi, ma non sarebbero ancora riusciti a raggiungerle. Il bilancio delle vittime resta invariato: 7 morti e 4 feriti.

Sul fronte delle indagini, per quanto la Procura insista nel ripetere sono "a tutto campo", nell'inchiesta un dato sembrerebbe emergere con evidenza sempre più marcata: non è stato un errore umano. Ne sono convinti tutti coloro che lavorano in porto. Lo dicono con chiarezza i piloti, oppure coloro che operano sui rimorchiatori. Lo pensano, anche se non lo dicono in modo esplicito, gli uomini della Guardia Costiera. A cominciare dal comandante della Capitaneria di Porto di Genova, Felicio Angrisano: "Io un'idea chiara di quello che è successo, e di quali sono state le cause, ce l'ho chiara in testa, ma per il momento me la tengo per me. Tocca alle inchieste in corso, della magistratura e del ministero, accertare la verità". La verità passa dai motori della Jolly Nero. Bisogna accertare se ci sia stato davvero un guasto, e se corrisponda al vero quanto urlato dal comandante, Roberto Paoloni, pochi secondi prima dell'impatto: "Avaria! Avaria!".

L'avaria - ha sostenuto al Secolo XIX il pilota Antonio Anfossi, che era a bordo della Jolly accanto al comandante - era dovuta al fatto che nel sistema di propulsione della nave "non entrava la marcia avanti". Se quella marcia fosse entrata la Jolly, che stava procedendo di poppa, in retromarcia, una volta giunta nel bacino di evoluzione avrebbe ruotato su se stessa. Invece non ha ruotato, ha continuato a procedere in retromarcia con la traiettoria ormai impostata e di poppa è andata a colpire (e affondare) la torre piloti. Se è vero oppure no che "non entrava la marcia avanti" lo accerteranno "in tempi brevi" le perizie disposte dalla Procura. Si vuole capire con certezza se quei motori, e più in generale l'impianto complessivo della Jolly, funzionassero in modo regolare oppure no. Perché, come appare sempre più probabile, questa circostanza cambia il peso delle responsabilità. Al momento il comandante Paoloni e il pilota Anfossi restano gli unici due indagati. L'ipotesi di reato resta omicidio colposo plurimo, aggravato dalle lesioni. La nave per il momento resta sotto sequestro, fino a che non saranno effettuate le perizie. Intanto proseguono gli interrogatori da parte del pm Walter Cotugno. Secondo indiscrezioni, riportate anche dal Corriere della Sera, nel corso degli interrogatori dei membri dell'equipaggio sarebbe emerso anche un blackout che si sarebbe verificato a bordo, interrompendo le comunicazioni. Prossimamente saranno sentiti anche i feriti ricoverati in due ospedali genovesi.

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