La crisi e il gioco: la spirale di disperazione di Preiti

1' di lettura

"Un bravo ragazzo" e un "grande lavoratore". Così, chi lo conosce, descrive l'uomo che ha aperto il fuoco a Palazzo Chigi. La perdita del lavoro, la separazione dalla moglie, il vizio dei videopoker sarebbero all'origine del suo "gesto eclatante"

Dimostra meno dell'età che ha, 49 anni, magro, viso espressivo, capelli cortissimi e scuri, ben vestito, giacca scura, pantaloni grigi e camicia bianca, Luigi Preiti, muratore disoccupato, nella sua lucida follia ha scelto anche come vestirsi per venire a Roma a sparare davanti a  Palazzo Chigi. Alla ricerca di un 'gesto eclatante' ha ferito due carabinieri, che hanno provato a fermarlo. Uno è grave.

Tutti quelli che lo conoscono parlano di lui come "un bravo ragazzo", "grande lavoratore" fino a quando il lavoro c'era. Poi la crisi colpisce anche lui: difficoltà che minano anche i rapporti familiari. In più cade preda del gioco. Così la moglie, Ivana, conosciuta in Piemonte dove si era trasferito circa 20 anni fa dalla Calabria, lo lascia. Con lei Luigi perde anche il figlio di dieci anni che resta a vivere con la madre a Predosa (Alessandria).

Per 'Gino', com'è conosciuto da tutti a Rosarno in Calabria dov'è nato, non resta che tornare ad abitare a casa dei genitori, entrambi pensionati. Negli ultimi due anni la sua vita in quella casa, in un quartiere popolare della cittadina della Piana di Gioia Tauro, non deve essere stata facile. Non era più come quando, da giovane, d'inverno faceva il muratore ma l'estate cantava nelle balere dei lidi della zona. I lavoretti sono diventati sempre più miseri e rari e c'è invece la sensazione del fallimento di una vita alla vigilia dei 50 anni. Per ammazzare il troppo tempo a disposizione gioca, sempre di più, prima le slot machine, poi il biliardino, i videopoker e finisce in un brutto giro.

Poi, venti giorni fa, decide di dare una svolta alla sua vita, o forse di farla finita. Ma deve essere in modo "eclatante", davanti alle televisioni, ai giornalisti e dunque decide di venire a Roma. Si porta dietro quella pistola che racconta di aver comprato al mercato nero ad Alessandria 4 anni fa. Arriva in treno a Roma prende una stanza in un alberghetto vicino alla stazione. Non beve e non mangia, non chiede internet, vuole solo che passi il tempo.

La mattina del 28 aprile, proprio quando giura il governo Letta, si veste con cura e a piedi raggiunge il centro di Roma, là dove si incontrano le persone importanti, dove c'è la sede del governo, dei politici che non fanno niente per i poveri cristi come lui. Cerca di avvicinarsi al portone, i carabinieri lo fermano e lui spara. Sei colpi, e finisce il caricatore (o l'arma si inceppa) prima, forse, di rivolgere la pistola verso di sé. Al procuratore che lo ha interrogato in ospedale, prima che l'uomo venisse portato al carcere di Rebibbia, dice: "Ho voluto fare gesto eclatante in un giorno importante: non odio nessuno, ma sono disperato". La ex moglie, sconvolta, dice: "Non riesco a credere che lo abbia fatto".

Leggi tutto