“Nei miei panni”, il gioco che fa vivere come un immigrato

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In occasione della Giornata Mondiale contro il Razzismo, il dipartimento delle Pari Opportunità realizza un game sul web che permette di impersonare uno straniero nel nostro Paese. Tra problemi, speranze e difficoltà

di Raffaele Mastrolonardo

“Non ce l'hai fatta”. Il messaggio che compare più spesso alla fine della partita è quello che annuncia la missione fallita. Perché vivere, seppur virtualmente, come un immigrato nel nostro Paese non è facile. E “Nei miei panni”, gioco online promosso dall'Ufficio nazionale antidiscrminazioni razziali (Unar) del Dipartimento per le Pari opportunità, ne è una chiara dimostrazione. Permette infatti di calarsi nell'esistenza di Modou, Katerina e Amhed, tre stranieri in cerca di fortuna in Italia, e ci sfida a cavarcela per 30 giorni tra difficoltà con la lingua, razzismo, imprevisti sul lavoro e necessità di mantenere le famiglie lontane. Risultato: più spesso che no – soprattutto se si cerca di tener fede ai doveri nei confronti di figli e coniugi rimasti in patria – si fallisce prima dello scoccare del trentesimo giorno. “Le possibilità di riuscita sono solo il 10%, meno che nella realtà, ma serve per far capire le problematiche degli immigrati”, spiega Paola Di Lazzaro dell'Unar.

Contro il razzismo
- Il gioco è online dai primi di marzo ed è parte di una campagna di sensibilizzazione promossa dall'Unar per la Giornata Mondiale contro il Razzismo. Lo strumento ludico è stato scelto per le possibilità di identificazione che permette. E in effetti l'immedesimazione funziona. Una volta deciso se indossare i panni di Modou, senegalese, Katerina, ucraina, o Amhed, tunisino, il giocatore si trova di fronte ad una serie di opzioni che presto diventano dilemmi. L'obiettivo è sopravvivere per un mese senza andare irrimediabilmente in rosso; il problema è che ogni minima decisione quotidiana intacca in modo sostanziale il nostro budget. A cominciare dall'alloggio. Vivere in una camera, in un appartamento, o optare per una notte all'aperto? Tutto ha un costo (magari in termini di salute) e soprattutto è in equilibrio precario. Anche se si è fortunati e il lavoro è coerente con la nostra formazione, infatti, gli imprevisti sono dietro l'angolo: per esempio, un errore nell'ambito delle proprie mansioni deve essere ripagato di persona. Un ricovero improvviso, poi, può costarci giorni di lavoro e dunque entrate. E se arriva una richiesta di aiuto da casa per contribuire alle cure della mamma, che fare? Inviare denaro e rischiare la bancarotta o tenersi i sodi per sé e sopravvivere? Di fronte alle ristrettezze, infine, ci sono varie opzioni supplementari: dal lavoro saltuario (il lavavetri, per esempio), al prestito di un amico (che però rivuole indietro i soldi molto in fretta) alla strada dell'illegalità. 

Obiettivo scuole –  Il risultato finale, sia che si riesca nell'impresa o no, è la consapevolezza che vivere nei panni di un immigrato nel nostro Paese è più complicato di quanto non si creda. “Le storie sono inventate”, spiega Paola Di Lazzaro. “Ma si basano sulle statistiche delle chiamate che arrivano al nostro contact center per segnalare episodi di discriminazione e sui dati Istat o Caritas”.
Le cifre dicono, per esempio, che il 30% di episodi discriminatori riguardano la ricerca della casa o il lavoro. La campagna, sostenuta anche dalla trasmissione radiofonica Caterpillar, continuerà dopo il 21 marzo e coinvolgerà i ragazzi delle scuole per la scrittura di nuove storie da inserire nei giochi. “Inviteremo gli studenti a conoscere meglio la vita di altre comunità straniere e a redigere loro stessi i racconti di vita degli immigrati che metteremo in Nei miei panni”.

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