Trattativa Stato-mafia: 10 rinvii a giudizio

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Politici, militari e boss a processo con l'accusa di aver orchestrato la negoziazione tra istituzioni e Cosa nostra negli anni '90. Alla sbarra Marcello dell'Utri, il generale dei carabinieri Mario Mori, Totò Riina e l'ex ministro dell'Interno Mancino

Dieci persone, tra politici, alti gradi militari e capi mafiosi sono stati rinviati a processo con l'accusa di aver orchestrato la cosiddetta trattativa tra Stato e Cosa nostra nel corso degli anni 90. La prima udienza del processo si terrà il 27 maggio in un'aula-bunker di Palermo, e alla sbarra andranno l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, il senatore Pdl uscente Marcello dell'Utri, il generale dei carabinieri Mario Mori e il boss Totò Riina.

Gli altri rinviati a processo sono il boss Leoluca Bagarella - cognato di Riina - il mafioso Antonino Cinà e il pentito Giovanni Brusca; il generale dei carabinieri Antonio Subranni e l'ex colonnello Giuseppe De Donno, e infine Massimo Ciancimino, figlio dello scomparso sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tutti - tranne Mancino, che è accusato di falsa testimonianza - saranno imputati per attentato, con violenza o minaccia, a corpo politico amministrativo o giudiziario dello Stato, con l'aggravante di avere agevolato la mafia.

Ciancimino risponderà anche di associazione a delinquere di tipo mafioso e calunnia aggravata. Un altro ex ministro democristiano, Calogero Mannino, ha preferito scegliere il rito abbreviato. Non sarà al processo di fine maggio neanche il "capo dei capi" Bernardo Provenzano, la cui posizione è stata stralciata per le gravi condizioni di salute. Contro gli imputati il governo uscente ha già annunciato che si costituirà parte civile.

L'accusa dei pm è sostanzialmente incentrata sulla presunta trattativa che sarebbe stata intavolata con i capi mafiosi da esponenti istituzionali per evitare il ricorso alla violenza, dopo l'attentato contro il giudice Giovanni Falcone nella primavera del 1992.   Ma pochi mesi dopo fu ucciso in un altro attentato che ilmagistrato Paolo Borsellino, e nei primi mesi del 1993 ci furono altre esplosioni, attribuite alla mafia, che provocarono vittime a Milano e Firenze.

Proprio nelle motivazioni della condanna in primo grado per l'attentato di Firenze del boss Francesco Tagliavia, i giudici fiorentini hanno scritto che la trattativa avvenne realmente, ma che è invece infondata l'ipotesi che Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi  - alla cui creazione contribuì anche strettamente Dell'Utri - avesse appoggiato la mafia e fosse tra i mandanti delle stragi.

"Chiedo un processo rapido che dimostri la mia innocenza" il commento di Nicola Mancino, sul rinvio a giudizio. Una decisione che Mancino dice di "non condividere" e basata sul fatto che il giudice si è "preoccupato di non smontare il teorema dell'accusa".

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