Stato-mafia, Brusca: il papello era destinato a Mancino

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Il pentito è stato ascoltato nel carcere romano di Rebibbia. La replica dell'ex ministro dell'Interno: "Non ho mai ricevuto alcuna richiesta" per un "alleggerimento del contrasto nella lotta alla criminalità organizzata"

Ripete cose già dette come la clamorosa accusa fatta all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, a suo dire "terminale" della trattativa tra lo Stato e la mafia, ne precisa altre. E' una conferma di interrogatori recenti la deposizione del pentito Giovanni Brusca, sentito nella doppia veste di imputato e testimone all'udienza preliminare nata dall'indagine sul patto che politici e boss avrebbero stretto grazie all'intermediazione di ex ufficiali dei carabinieri.
Non tarda la replica di Mancino, coimputato di Brusca, che smentisce di avere avuto richieste per attenuare l'azione di contrasto ai clan.

Mancino: mai ricevuto richieste per minor contrasto - "Non ho mai ricevuto alcuna richiesta" per un "alleggerimento del contrasto dello Stato nella lotta alla mafia". E' quanto afferma l'ex ministro dell'Interno. "Confermo - dichiara Mancino - quanto ho sempre sostenuto, e cioè che nel periodo in cui ho rivestito la carica di ministro dell'Interno non ho mai ricevuto alcuna richiesta da parte di chicchessia in ordine a un'eventuale alleggerimento del contrasto dello Stato, che fu senza quartiere, nella lotta alla mafia e ad ogni altra forma di criminalità organizzata".

A ordinare l'audizione dell'ex boia - ora pentito - san Giuseppe Jato (questo il nome della cosca cui apparteneva Brusca) è stato il gup Piergiorgio Morosini.

Le accuse di Brusca -
Il pentito esordisce come fece il 18 maggio del 2011, quando, sempre dal bunker di Rebibbia dichiarò che a spingerlo a colmare alcuni vuoti presenti nella sua collaborazione era stato l'incontro con i familiari di una vittima della mafia. Anche il resto è simile al racconto già fatto. Una narrazione che punta sul tema dei rapporti mafia-politica e che comincia dall'omicidio dell'eurodeputato dc Salvo Lima,  eliminato perché non aveva garantito i boss al maxiprocesso e per dare un segnale politico a Giulio Andreotti.
Un'ampia parte della testimonianza riguarda il papello, l'elenco con le richieste che Riina fece allo Stato per fare cessare le stragi. Tra l'eccidio di Giovanni Falcone e quello di Paolo Borsellino, Brusca vede Riina due volte. La prima il padrino gli dice con grande soddisfazione: "Si sono fatti sotto per sapere che cosa vogliamo per fermare le stragi e io gli ho consegnato un papello grande così". Gli interlocutori del padrino sarebbero stati esponenti delle istituzioni. La seconda volta Riina avrebbe detto a Brusca che il destinatario del papello era Mancino, ma che al capomafia era stato fatto sapere "che quelle richieste erano troppo pesanti".

Una novità: i due incontri - Brusca aveva parlato di un solo colloquio. E una conferma: la collocazione del papello tra le due stragi. Dopo l'assassinio di Falcone, Riina progetta altri omicidi eccellenti come quello dell'ex ministro Calogero Mannino. Tutto è pronto, ma a Brusca arriva l'ordine di fermarsi. Il pentito apprende dal mafioso Salvatore Biondino che "erano sotto lavoro". Insomma che i progetti erano altri. Brusca capirà dopo che si riferiva all'assassinio di Borsellino. Dopo la cattura di Riina - episodio su cui in Cosa nostra c'erano molti dubbi - racconta Brusca, Cosa nostra si spacca: da un lato Provenzano, che aveva dubbi sul proseguire con le stragi, dall'altro lo stesso boss di san Giuseppe Jato e Luca Bagarella che volevano continuare. Vincono gli stragisti. E decidono di colpire, anche su suggerimento dell'eversore nero Paolo Bellini, il patrimonio artistico. "Gli uomini si sostituiscono - fu il ragionamento delle cosche - i monumenti no". Sul ruolo nella trattativa di Provenzano, che secondo i pm diventa l'interlocutore dei carabinieri per fare cessare le stragi, Brusca, però, non sa nulla. La parola alla prossima udienza passa ad altri due testi: Bellini e l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

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