Ilva: "Dissequestro degli impianti o chiudiamo"

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L'azienda chiede ai magistrati lo sblocco del provvedimento: "Con l'attività ferma, niente risorse per attuare la bonifica". Nessun accordo tra stabilimento e sindacati per discutere della cassa integrazione ordinaria per 2mila persone

Se non saranno dissequestrati gli impianti, l'Ilva chiuderà lo stabilimento di Taranto. E' scritto nell'istanza Ilva di dissequestro: "L' ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell'attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo".
Martedì 20 novembre, infatti,  quattro mesi dal sequestro, lo stabilimento siderurgico di Taranto ha presentato istanza di dissequestro degli impianti corredata da una controperizia dove si smentisce la gravità dell'inquinamento e, soprattutto, il suo impatto nocivo sulla salute della popolazione, emersi dalla perizia che nei mesi scorsi è stata consegnata al gip Patrizia Todisco.

Dissequestro o stop alle attività - Per l'azienda, il dissequestro è funzionale all'attuazione di quanto l'Autorizzazione ambientale prescrive. Solo l'attività di impresa, dice l'Ilva, "può generare le risorse necessarie alla relativa ottemperanza" dell'Aia. L'Ilva fa altresì presente che l'assolvimento degli obblighi dell'Aia, che pone una serie di interventi ambientali e impiantistici, richiede necessariamente il ricorso al credito che "risulta impossibile in presenza di provvedimenti limitativi della proprietà e della gestione dello stabilimento". Il vincolo sull'area a caldo, dice l'Ilva con riferimento al sequestro giudiziario, "diviene, da subito, economicamente insostenibile".

Nessun accordo su cassa integrazione - Intanto, sempre nella giornata di mercoledì 21 novembre, Ilva e sindacati dei metalmeccanici non sono riusciti a trovare l'intesa sulla cassa integrazione chiesta dall'azienda per 2mila lavoratori dell'area a freddo. Il negoziato è stato rinviato alla prossima settimana, in attesa delle conclusioni dell'incontro del 22 novembre a Roma, promosso dal ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, con i Comuni di Statte e Taranto, la Provincia di Taranto, la Regione Puglia e il ministero dello Sviluppo economico.

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