Mafia, Contrada lascia i domiciliari: "Qualcuno si pentirà"

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L'ex funzionario del Sisde ha finito di scontare la pena di 10 anni a cui era stato condannato per concorso in associazione mafiosa. Da due anni era a casa per motivi di salute: "Non odio nessuno - dice - ho servito fedelmente da quando avevo 20 anni"

Ha il volto provato e cammina a fatica, ma lo sguardo resta quello vivo di 20 anni fa quando la sua tormentata vicenda giudiziaria ebbe inizio. "Scusatemi, ma non sto bene e non potrò rispondere a tutte le vostre domande", dice Bruno Contrada ai giornalisti che l'aspettano sotto casa nel suo primo giorno da uomo libero. Accanto a lui l'avvocato Giuseppe Lipera che l'ha assistito nelle ultime fasi del processo per concorso in associazione mafiosa, conclusosi con una condanna a 10 anni, e nella lunga battaglia legale per la liberazione per motivi di salute. E' il penalista catanese a comunicare che l'ordine di scarcerazione per fine pena firmato dal procuratore generale è stato notificato all'ex numero due del Sisde che ormai da due anni è ai domiciliari.

Contrada non si fa attendere e accetta di parlare con i cronisti. Si appoggia al bastone, è affaticato, la voce è debole, ma la grinta è quella di sempre. "Non odio nessuno, né provo rancore", dice a chi gli chiede se, dopo 8 anni di detenzione e l'infamia di una condanna per mafia, ha risentimenti verso qualcuno. Ma, e lo ripete più volte, "non mi rassegno, né mi pento". Di un'esistenza passata a "servire le istituzioni" rifarebbe tutto. "Ho passato la maggior parte della mia vita al servizio dello Stato e non cambierei nulla - dice - Con me nella tomba non portero' segreti".

Mai un passo indietro nel ribadire la sua innocenza. Nonostante le condanne in tutti i gradi di giudizio. E la certezza che un giorno chi gli sopravviverà, e nel dirlo la voce gli si spezza, vedrà ristabilità la verità. "Quando - sussurra - il 10 maggio del 2007 sono entrato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per scontare la pena ingiusta che mi era stata inflitta dissi che ero sicuro, come lo sono ora, che un giorno che vedranno i miei figli o i miei nipoti la verità sarà ristabilita e allora qualcuno dovrà pentirsi per quello che ha fatto a me ed alle istituzioni che ho servito fedelmente da quando avevo 20 anni e indossai la divisa da bersagliere".

Lui, per quanto potrà, continuerà a lottare perché quella verità possa essere affermata. "Finché avrò respiro", dice. A chi gli chiede cosa pensa degli altri uomini delle istituzioni coinvolti in indagini di mafia - il riferimento è all'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia - Contrada risponde senza tirarsi indietro: "per il generale Mori in particolare provo stima e ammirazione. Ma dell'indagine preferisco non parlare, non ne so nulla".

Venti minuti sotto il fuoco di fila delle domande dei cronisti, poi un commiato. "Sono a vostra disposizione per qualunque incontro nei prossimi giorni", dice, stanco. "Ora, pero' - prosegue appoggiandosi al bastone - e' il momento che torni a casa".

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