Daccò condannato a 10 anni per il dissesto del San Raffaele

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Il faccendiere, accusato di associazione per delinquere, bancarotta e altri reati, dovrà anche versare una provvisionale di 5 milioni di euro. L'accusa aveva chiesto 5 anni e mezzo. Il legale Biancolella: "Sentenza coi piedi d'argilla"

Pierangelo Daccò sapeva. Sapeva che il San Raffaele, 'gioiello' della sanità lombarda, stava crollando sotto i debiti. Di più: l'uomo d'affari avrebbe contribuito ad affossare la Fondazione intascando 5 dei 47 milioni distratti dalle casse e svolgendo un ruolo attivo in quello definito dal giudice che dispose il suo arresto, a novembre di un anno fa, "un programma criminoso di ampio respiro", capeggiato dai vertici della Fondazione, Don Luigi
Verzè
e Mario Cal, suicida l'estate scorsa
In attesa delle motivazioni, è questa la prima lettura della condanna a dieci anni di carcere che il gup Maria Cristina Mannocci ha inflitto col rito abbreviato a Daccò per i reati di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita, alla frode fiscale e alla distrazione dei beni; l'accusa aveva chiesto una pena a 5 anni e mezzo. Assolto invece il coimputato Andrea Bezzicheri, imprenditore, per il quale erano stati chiesti 3 anni.

Il difensore: "Sentenza dai piedi d'argilla" - "I processi terminano dopo la valutazione nel merito che fa il giudice d'Appello e dopo la rilettura della Cassazione. Questa potrebbe essere una sentenza coi piedi d'argilla, tuttavia mi riservo di leggere le motivazioni" è il commento a caldo dell'avvocato Giampiero Biancolella, legale di Daccò (guarda il video). "Gli elementi di condanna - osserva Biancolella - sono gli stessi identici per i quali la Cassazione aveva annullato l'ordinanza di custodia cautelare per Daccò".

Secondo il gup, Daccò è uno dei protagonisti del "sistema San Raffaele" - Negli interrogatori, Daccò ha sempre sostenuto di essere un fornitore come gli altri che, in quanto tale, sottostava alla 'legge delle sovrafatturazioni': i soldi pagati in più dal San Raffaele per l'acquisto di beni e servizi venivano retrocessi alla Fondazione in contanti. Ma, secondo la tesi della Procura accolta dal gup, l'uomo d'affari sarebbe stato uno dei destinatari del denaro sporco, ricevuto talvolta in buste gonfie di contanti. Uno dei protagonisti del "sistema San Raffaele": gli imprenditori 'gonfiavano' i costi delle prestazioni erogate all'ente per poi retrocedere l'importo maggiorato in contanti o bonifici  in parte per le esigenze del vecchio management, in parte per essere girati al mediatore d'affari che li faceva sparire all'estero. Inoltre, Daccò avrebbe contribuito a impoverire il patrimonio della Fondazione, ricevendo denaro per attività "senza alcun interesse per la Fondazione", come i due milioni di euro incassati per la consulenza di un aereo da comprare a Don Verzè e mezzo milione per una consulenza mai eseguita.

Dovrà risarcire 5milioni - Ora, l'imputato dovrà risarcire cinque milioni al 'nuovo' San Raffaele, parte civile attraverso i Commissari che stanno gestendo il concordato preventivo.

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