Ilva, il Riesame: "L'azienda ha scelto di inquinare"

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Le motivazioni del tribunale: occorre eliminare "la fonte delle emissioni inquinanti". L'attività produttiva può continuare solo se "compatibile" con ambiente e salute. "La chiusura degli impianti non è l'unica scelta possibile" affermano i giudici

Il sequestro degli impianti dell'Ilva di Taranto nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale esclude la facoltà d'uso da parte dell'azienda, e solo la realizzazione di tutte le misure necessarie a eliminare le situazioni di "pericolo" può portare ad una ripresa dell'operatività dello stabilimento. Lo indicano le motivazioni depositate lunedì 20 agosto dal Tribunale del Riesame, dopo la sentenza del 7 agosto scorso. Nella decisione, i giudici del Riesame confermano il sequestro dei sei impianti del siderurgico, quelli indicati dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco - Parchi, cokerie, agglomerato, altoforno, acciaieria, area Grf (Gestione rottami ferrosi) - anche se ordinano di fermare "il blocco delle specifiche lavorazioni e lo spegnimento degli impianti" chiesto dal gip. "L'unico modo per evitare gli effetti di pericolo e danno già accertati è quello di impedire la tipologia di emissioni convogliate e soprattutto diffuse-fuggitive", rilevano i giudici, aggiungendo che "tale risultato, nell'immediato, può essere raggiunto esclusivamente con il sequestro preventivo delle predette aree".

Soddisfatti Clini e Ferrante  - Soddisfatto il ministro Clini e soddisfatto anche il presidente dell'azienda Ferrante. "Le motivazioni del Tribunale del Riesame ci consentono di continuare a lavorare nella direzione che abbiamo preso". Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini vede nelle disposizioni del Tribunale del Riesame una conferma delle decisioni  intraprese dal ministero per il risanamento dell'area dello stabilimento siderurgico. "Oggi - ribadisce ai microfoni di SkyTG24 dal meeting di Cl a Rimini - ho insediato il gruppo di lavoro che concluderà la procedura per il rilascio delle nuove autorizzazioni entro il 30 settembre. Le nuove autorizzazioni includeranno le prescrizioni del gip di Taranto e le indicazioni della Commissione europea per l'uso  delle migliori tecnologie disponibili". Il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, ha commentato le movitazioni del Riesame parlando di "percorso ragionevole e di buon senso" individuato dai giudici. "Tale percorso permette all'Ilva di non chiudere gli impianti e ci convince, una volta di più, della necessità di accelerare i processi di innovazione tecnologica e riduzione delle emissioni inquinanti", ha detto Ferrante (GUARDA IL VIDEO).

Eliminare "la fonte delle emissioni inquinanti" - Per il Riesame, si legge ancora nelle motivazioni, serve un "tempestivo intervento" di messa a norma, e "l'immediata adozione del sequestro preventivo - senza facoltà d'uso - delle aree e degli impianti sopra indicati è funzionale alla interruzione delle attività inquinanti".
"L'obiettivo da perseguire è uno ed uno solo, ovverosia il raggiungimento, il più celermente possibile, del risanamento ambientale e l'interruzione delle attività inquinanti", avvertono i magistrati, secondo cui "solo la compiuta realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo individuate dai periti chimici potrebbe legittimare l'autorizzazione ad una ripresa della operatività dei predetti impianti".

Spegnere gli impianti non è l'unica soluzione possibile -I giudici aggiungono però "che non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi". Al momento, dicono i giudici del Riesame - che nelle motivazioni citano anche la Costituzione in merito alla tutela dell'impresa produttiva e della tutela dell'occupazione - "lo spegnimento degli impianti rappresenta solo una delle scelte tecniche possibili", e non l'unica. Anzi, i giudici - che chiedono di coinvolgere i vertici aziendali nell'adozione delle misure tecniche - affermano che la futura ripresa a fini produttivi potrebbe essere compromessa se fossero spenti gli impianti.
Il Riesame peraltro conferma che né nella perizia ambientale né nel "provvedimento del gip si legge che l'unica strada perseguibile al fine di raggiungere la cessazione delle emissioni inquinanti, unico obiettivo che il sequestro si prefigge, sia quello della chiusura dello stabilimento e della cessazione dell'attività produttiva". "Al contrario si desume la possibilità che l'impianto siderurgico possa funzionare ove siano attuate determinate misure tecniche che abbiano lo scopo di eliminare ogni situazione di pericolo per i lavoratori e la cittadinanza".
Lo scorso 17 agosto, dopo aver incontrato i ministri dello Sviluppo Economico Corrado Passera e dell'Ambiente Corrado Clini, il presidente del Gruppo Riva Bruno Ferrante aveva reso noto che la produzione nell'impianto siderurgico tarantino - uno dei più grandi d'Europa - continua, almeno fino allo spegnimento degli altiforni. Contro la decisione del gip l'azienda ha comunque presentato ricorso.

Disastro ambientale, l'azienda sapeva - Nelle motivazioni, i giudici scrivono che la "situazione di pericolo" prodotta dall'Ilva è "ancora attuale", che l'azienda non ha rispettato gli obblighi assunti con l'Autorizzazione integrata ambientale dell'agosto 2011 e che sostanzialmente il "disastro ambientale" è stato "determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell'Ilva, i quali hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico, dai provvedimenti autorizzativi".
Nelle motivazioni si ricostruisce brevemente anche l'intreccio di pressioni esercitate dall'azienda su alcuni periti e il tentativo dei vertici dell'Ilva di "inquinare" l'inchiesta, materia peraltro di una parallela inchiesta per corruzione aperta a Taranto.

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