Trattativa Stato-Mafia, indagato l’ex ministro Mancino

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La posizione dell'ex vicepresidente del Csm è cambiata nelle ultime settimane, dopo la sua deposizione al processo Mori del 24 febbraio scorso: l’ipotesi di reato è falsa testimonianza. La difesa: "Io estraneo e leale"

L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo, con l'ipotesi di falsa testimonianza. La decisione è stata adottata dai magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, alla vigilia della chiusura dell'indagine sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Tutte le posizioni dei nove personaggi sotto indagine sono ancora al vaglio dei pm: da stabilire infatti, spiega la procura quale sarà, per ciascuno dei coinvolti, l'imputazione finale.
Si va da un ventaglio di ipotesi di reato che, oltre alla falsa testimonianza, abbracciano il favoreggiamento aggravato, il concorso nella violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o - ipotesi estrema - il concorso in associazione mafiosa.

Nell'indagine sono coinvolti i generali Mario Mori e Antonio Subranni, l'ex tenente colonnello Giuseppe De Donno, l'ex ministro dc Calogero Mannino, il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano e Nino Cinà. E ora anche Mancino, il cui ruolo fino a questo momento è considerato relativamente secondario.
La posizione dell'ex vicepresidente del Csm è cambiata, nelle ultime settimane, dopo che lo stesso ex presidente del Senato aveva deposto al processo Mori, il 24 febbraio scorso. Sapeva o no, Mancino, dei contatti fra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino e ne conosceva le finalità? Secondo i magistrati, sì, e lo scopo di quei contatti era cedere al ricatto dei boss e offrire loro impunità, in cambio della rinuncia all'aggressione terroristica e ai progettati omicidi di uomini politici. Fra coloro che dovevano cadere e che furono risparmiati, Calogero Mannino. Mancino era entrato anche in contrasto con l'ex guardasigilli Claudio Martelli, che aveva più volte ribadito di essersi lamentato con lui del comportamento del Ros. L'ex titolare del Viminale aveva sempre escluso anche di avere incontrato Paolo Borsellino, il giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Al processo Mori aveva fatto una parziale correzione di rotta. Ma non aveva saputo spiegare perché, nel '93, lo Stato rispose alle bombe di Roma, Firenze e Milano facendo togliere il carcere duro a circa 500 mafiosi.

"Non mi sorprende la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati. Il teorema che lo Stato, e non pezzi o uomini dello Stato, abbia trattato con la mafia è vecchio di almeno venti anni ma non c'è ancorastraccio di prova che possa confortarlo di solidi argomenti". Lo dichiara Nicola Mancino, sottolineando che "per quanto mi riguarda, sono stato ministro dell'Interno e ho difeso lo Stato dagli attacchi della mafia, che ho combattuto con fermezza e determinazione".
“Sarei stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza. Proverò la mia lealtà nei confronti delle istituzioni e della stessa magistratura, come dimostrerò la mia estraneità a qualsiasi altra ipotesi penalmente rilevante, e smentirò la fantasiosa e burocratica ricostruzione secondo cui, al fine di evitare le stragi, sarebbe stato opportuno cambiare ministro. Dimenticando che chi aveva assunto la responsabilità di titolare dell'Interno era ed è quel parlamentare, il senatore Mancino, che da capogruppo della Dc a palazzo Madama presentò come primo firmatario un disegno di legge, poi divenuto legge, che avrebbe salvato, come salvò, da imminente prescrizione il maxiprocesso di Palermo".

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