Via Poma, i giudici: su Busco né prove, né movente

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La Corte d'Assise d'Appello ha depositato le motivazioni della sentenza di assoluzione per Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni uccisa il 7 agosto 1990 con 29 coltellate

Non ci sono prove per dimostrare che Raniero Busco il 7 agosto 1990 uccise l'allora fidanzata Simonetta Cesaroni. Non c'è un movente dietro l'omicidio e rimangono "inquietanti" interrogativi a rendere oscura una storia che da subito catturò l'opinione pubblica, restando ancor adesso uno dei più bui misteri di Roma.
A solo 42 giorni dalla sentenza di secondo grado, venerdì 8 giugno, i giudici della I Corte d'Assise d'Appello hanno depositato le motivazioni del provvedimento con il quale il 24 aprile hanno assolto Busco dall'accusa di omicidio aggravato da sevizie e crudeltà, ribaltando la sentenza di primo grado che invece lo aveva visto condannato a 24 anni di reclusione.

Ventinove coltellate  - "Alla luce delle considerazioni fatte dalla Corte - si legge nel  documento depositato dai giudici - si può pervenire alle seguenti conclusioni: Simonetta  Cesaroni fu uccisa tra le 18 e le 19 del 7 agosto 1990 nell'ufficio di via Poma; la ragazza fu raggiunta da 29 coltellate; chi commise il  delitto, o altra persona, ripulì accuratamente la scena del delitto, portando via la maggior parte degli indumenti di Simonetta".
Secondo i giudici poi "non vi è prova che in occasione dell'omicidio alla Cesaroni fu inferto un morso; se anche, contro l'opinione del collegio peritale, si dovesse ritenere che le lesioni al seno siano da ricondurre a un morso, ancorché parziale, una sua attribuzione all'imputato Raniero Busco non sarebbe scientificamente sostenibile".
"Non vi sono elementi per ritenere provata al di là di ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità" di Raniero, si legge tra le righe delle 186 pagine della sentenza.

Movente inesistente - Chiaro il passaggio della sentenza in merito al movente 'inesistente'. Sostengono i giudici che Simonetta e Raniero avevano certo una relazione che "poteva essere problematica", ma non c'è traccia dell'esistenza di "atti specifici di violenza commessi dall'imputato"; si accenna anche al ritrovamento di "tracce biologiche ed ematiche attribuibili a due diversi soggetti di sesso maschile che non possono identificarsi con Raniero Busco" e non c'è prova che il giovane abbia fornito un "alibi mendace".

Punti oscuri - Infine, i giudici rilanciano anche quelli che definiscono "i punti oscuri della vicenda": la resistenza della portiera Giuseppa De Luca (moglie del portiere Pietrino Vanacore, morto alla vigilia della sua deposizione nel processo di primo grado) a consegnare le chiavi dell'ufficio di via Poma alla polizia, il fatto che le stesse chiavi non dovessero essere in possesso della donna e il ritrovamento dell'agendina rossa di Vanacore fra gli effetti personali di Simonetta, benché lui avesse sempre detto di non essere entrato in quell'ufficio prima dell'accesso che avrebbe portato alla scoperta del cadavere. Tutti elementi che non portano "a una tranquillizzante certezza".

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