Gresta: "40% dei sismi distruttivi in zone a basso rischio"

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Secondo il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica, negli ultimi 50 anni una percentuale significativa dei più gravi terremoti è avvenuta in aree a bassa pericolosità. E ribadisce che lo sciame sismico durerà ancora a lungo

“Da ragazzo anche io, nel 1972, ho vissuto una sequenza sismica di quattro mesi nella zona di Ancona. Posso dire che si impara a convivere con il terremoto”. Stefano Gresta, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, alla conferenza stampa del dopo terremoto in Emilia, parla col piglio dello scienziato, ma non dimentica le sensazioni di chi vive certi momenti. Non lancia allarmi, ma non rassicura. Avverte: "Nelle zone a bassa pericolosità non è detto che accadano solo piccoli terremoti. E’ la frequenza nel tempo che è minore. Anzi, negli ultimi 50 anni, il 40% dei terremoti distruttivi è avvenuto in aree a bassa pericolosità". Poi ribadisce ciò che anche altri esperti avevano già detto ieri: “Sarà una sequenza sismica lunga, che potrebbe durare mesi o anni, con scosse di magnitudo simili a quella principale. Nel 1570, dopo il terremoto di Ferrara, le scosse si protrassero per anni. Il quadro che abbiamo di fronte ripeterà ciò che è successo nel passato”.

L'Istituto sta lavorando a tempo pieno per raccogliere la massima quantità di dati. "Abbiamo decine di ricercatori sul campo, la sala operativa lavora a pieno ritmo", spiega Gresta.  Al momento tutto il personale di ruolo, 580 persone, e i circa 270  precari, più i 130 tra borsisti e dottorandi, sono impiegati  nelle operazioni legate al sisma in Emilia. Nella tragedia, Gresta vede un elemento positivo. La maggior parte delle costruzioni per uso abitativo sono rimaste in piedi. I capannoni industriali e il patrimonio artistico, purtroppo, sono discorsi a parte.

A spiegare la causa tecnica dei crolli è Paola Montone, geologa dell’Ingv. A SkyTG24 rivela che il fenomeno della liquefazione delle sabbie è il responsabile dei collassi. “Le sabbie presenti nella parte profonda del sottosuolo sono passate dallo stato solido a quello liquido e sono risalite attraverso le fratture in superficie. Dopo la prima scossa sono andata a vedere gli edifici collassati e ho constatato che tutti i danni sono dovuti al fenomeno della liquefazione. Adesso si rende necessaria un’analisi di dettaglio in termini di localizzazione degli eventi sismici. In quella zona sono presenti diverse faglie sepolte, che  appartengono tutte all’arco di Ferrara”, ha aggiunto.



Ma le scosse del 29 maggio, arrivate a poco più di una settimana dalla prima, hanno riportato alla mente il terremoto dell’Aquila del 2009. Tra i due disastri sembra esserci un’analogia. Concetta Nostro, sismologa del Ingv ha spiegato a SkyTG24 che “ nel caso dell’Aquila si sono attivate diverse strutture (faglie ndr). La stessa cosa sta accadendo lungo l’arco ferrarese”. Le differenze invece sono tante, a cominciare dal numero delle vittime, che all’Aquila furono oltre 300 contro le 17 dell’Emilia. In questo caso il sisma ha interessato centri abitati più piccoli e più distanti nel territorio che ha colpito meno persone rispetto al terremoto del 6 aprile del 2009.

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