Emilia, così il sisma ha sbriciolato la storia del mio paese

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Chi non vive in tenda, dorme in macchina. Ma "l'è andada ben" ripete la gente per farsi coraggio. Intanto la terra continua a tremare e il problema è governare la paura. La storia

di Lorenzo Longhi
da San Felice sul Panaro (Mo)

Chi non vive in tenda, dorme in macchina. E dorme poco, in realtà. Ma dorme poco anche chi, come chi scrive, nel momento della scossa non era lì ma in quei paesi è nato, ha vissuto gran parte della sua vita, non abita troppo lontano e da domenica - in un andirivieni quotidiano - vede la sua famiglia, gli amici e i vicini di casa accamparsi in automobile. Fa male. Malissimo. Ancor più che controllare la propria abitazione, camminando letteralmente su frammenti di passato andati in frantumi e vederli lì, a terra, distrutti. Eppure sì, "l'è andada ben", "è andata bene", ci diciamo tutti mentre, entrando e uscendo rapidamente fra una scossa e l'altra, raccogliamo e gettiamo decine di anni di quotidianità e ricordi. "L'è andada ben". E' vero. Drammaticamente vero, perché non a tutti è andata così.

Poi però c'è il panico, quello che sbriciola i nervi così come il sisma ha sbriciolato la storia dei paesi della Bassa modenese e ferrarese. Perché lo sciame non dà tregua. "State fuori di casa. La Protezione Civile dice che sta per arrivare un'altra grande scossa". E' lunedì, sotto il diluvio. Porta a porta, a dare l'allarme ai cittadini, una signora del posto. Vive lì da una ventina d'anni, in quello stesso rione. Fu piacevole vederne, a quel tempo, la casa in costruzione e sapere che ci sarebbe stata una famiglia in più, stimata peraltro. Già, perché certo non si tratta di una mitomane. Ma era pura follia, perché l'allarme non proveniva certo dalla Protezione Civile, dal momento che le scosse non sono prevedibili e lì si cerca di neutralizzare la paura, non di crearla. Ma tensione e paura provocano anche questo. Nella mente di persone credibili e affidabili, che conosci da anni, chissà cosa passa in certi casi. E l'aspetto più arduo diventa governare l'ansia.

Accade quando si è sentita la voce del terremoto, quando il boato, il sisma del 5.9 Richter e l'istinto hanno portato tutti fuori dalle case. Da giorni. Intere vie oggi sono quartieri dormitorio su quattro ruote. Chi può si è attrezzato con tende e camper, chi ha avuto timore di non reggere ha chiesto ospitalità il più lontano possibile. Altri, la maggior parte, sono ancora lì. Davanti alle case. A San Felice, nella piazza in cui al lunedì e al venerdì si svolgeva il mercato, ora c'è una tendopoli. Tanti gli immigrati, e forse mai come ora che i paesi sono nudi si capisce quanti siano e quanto vario e distinto sia il mondo e la storia di chi lo abita. La diffidenza spesso c'è, ma in tanti casi scema. Perché tutti hanno vissuto lo stesso dramma. E quando si hanno gli stessi problemi il resto non conta più. Le scuole medie, dalle quali anni addietro avrei voluto scappare ogni santo giorno, oggi sono un approdo sicuro. Lì i volontari del 118 si prendono cura di anziani e disabili, di chi ha i problemi maggiori. Penso a come cambiano in fretta le memorie di un luogo. Come quella del campanile del paese. Avrei firmato una petizione per bloccare le campane delle 6 del mattino. Ora che è muto, transennato, e pericolante, accanto ad una chiesa circondata dalle sue stesse macerie, chissà cosa darei perché tutto fosse come prima.

Qualche bar, lontano dalla zona rossa, ha riaperto. Con l'accorgimento, durante l'orario di lavoro, di lasciare spalancate tutte le possibili vie di fuga. "Ho comprato il giornale, la Marta ha messo un tavolino davanti alla macchina": mia madre mi ha accolto così, questa volta. Ma le scosse proseguono, alcune anche violente: viene considerata normalità. E' il coraggio di chi vuole tornare a vivere, visto che "l'è andada ben". L'agibilità degli edifici, poi, probabilmente verrà per tanti, poco per volta. Ma la paura, quella, chissà quanto tempo durerà e quanto passerà prima che qualcuno non abbia più timore di addormentarsi sotto un tetto.

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