Celestini: “Nel terrorismo di oggi vuoto ideologico”

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Lo spettacolo Pro Patria, a Milano fino al 27 maggio, traccia un filo rosso tra Risorgimento, Resistenza e lotta armata. Scatenando polemiche. L'attore: "Cerco di capire un percorso che non è il mio, sugli anni ’70 tabù che non aiuta a comprendere"

di Giulia Floris

Sarà stato per il clima generato dall'attentato al manager Adinolfi del 7 maggio, le azioni contro Equitalia e la tensione sociale crescente che si avverte nel Paese. O per i segni che gli anni di piombo hanno lasciato su una città come Milano. Fatto sta che lo spettacolo Pro Patria di Ascanio Celestini (che traccia un sorta di filo rosso tra il Risorgimento, la Resistenza e la lotta armata degli anni ’70), arrivato al Piccolo Teatro l'8 maggio e in scena fino al 27 maggio, non è approdato nel capoluogo lombardo senza polemiche.

Alcune recensioni hanno accolto con malumore il richiamo agli anni ’70 e il Sole 24 ore, che in febbraio aveva recensito positivamente lo spettacolo, il 13 maggio ha parlato di una "autentica caduta di tono" in quel riferimento agli anni di piombo.
Interpellato da Sky.it l’attore, considerato una bandiera del teatro civile (espressione che peraltro non ama), prova a spiegare il senso del suo spettacolo, che ha al centro anche il tema della prigione e della condizione delle carceri italiane.

"Chi parla in Pro Patria non è Celestini, è un personaggio che è in galera da 30 anni – dice Celestini – che probabilmente vi è entrato per reati minori e che ha aderito alla lotta armata in carcere. Migliaia di persone in quegli anni sono finite in carcere senza avere mai sparato, per delle idee, per una questione ambientale più che per veri comportamenti violenti. Io cerco di descrivere e capire il punto di vista di chi ha vissuto quelle vicende, quel percorso, che poi è molto lontano dal mio. E’ curioso che i critici abbiamo interpretato quello che dice il personaggio che interpreto come il mio personale pensiero".

In fase di scrittura non ha avuto il timore che potesse generarsi questo equivoco?
Non  mi pongo mai questo problema, in La Fila indiana faccio un monologo contro gli omosessuali, ma nessuno mi ha mai chiesto perché c’è l’ho con i gay. Non so se il fraintendimento possa nascere dal fatto che negli ultimi anni ci sono teatranti che creano un equivoco tra ciò che pensa l’attore e ciò che pensa il personaggio. La mia vuole essere una riflessione sugli anni ’70, sui quali è stata messa una pietra tombale che non aiuta a capire.

Ma perché collegare gli anni ’70 al Risorgimento?
Alla base delle batterie di Milano, Torino, Genova, all’inizio del decennio, c’era un forte ribellismo di classe. Non dico che si trattasse di ‘Robin Hood’, ma erano persone che avevano dietro anche il sostegno dei loro quartieri.
Allo stesso tempo oggi si dipingono le lotte risorgimentali come innocue manifestazioni di pacifisti, in maniera molto ipocrita. Invece c'era la violenza, le bombe. Non è un caso che Mara Cagol propose il nome "brigate Pisacane".
C’è un legame tra Risorgimento, Resistenza e lotta armata: tanto che dopo la seconda guerra mondiale ci furono formazioni di partigiani (come la volante rossa), che non deposero le armi. Per questo non serve dire semplicemente "condanniamo il terrorismo": noi chiamiamo terrorismo ogni violenza che non condividiamo. 
Gli anni ‘70 poi sono anche il momento di grandi conquiste: i detenuti politici con le loro battaglie arrivano alla legge Gozzini, l’unica decente sul carcere di questi anni. Sono anche gli anni dello Statuto dei lavoratori, della legge sull’aborto, della legge sul divorzio, della riforma del servizio sanitario nazionale.

E che differenza c’è tra la violenza di oggi e quella di quegli anni?
La violenza degli anni ‘70 nasce in un clima completamente diverso, c’è un partito comunista forte, che per accordi internazionali non può andare al potere, c’è la lotta armata, con istanze anche condivisibili, in Paesi come l’ Irlanda e i Paesi baschi. Spagna e Portogallo sono sotto dittatura, c'è appena stata la strage di Piazza Fontana e poi altre stragi, tutte oggetto di depistaggi da parte dei servizi segreti.
Oggi invece c’è più una rabbia diffusa, un’indignazione. Piccoli gruppi che si riconducono vagamente all’anarchia e agiscono in maniera anti-storica e decontestualizzata, c’è un vuoto ideologico totale che fa paura, di cui ho scritto anche sul blog del Sole 24 ore.

Ci sono invece movimenti che incanalano in maniera utile questo sentimento di protesta?

I cambiamenti più importanti non succedono dall’oggi al domani, con il crollo della Borsa, le gambizzazioni. Oggi sta succedendo qualcosa di interessante soprattutto nei movimenti legati al territorio, come in una valle che si ribella all’imposizione dell’Alta velocità.

E gli indignati?
Io non lo so chi siano gli indignati. “Noi la crisi non la paghiamo” è un concetto condivisibile da tutti, ma è solo una frase. E’ più interessante l’autorganizzazione che parte da problemi concreti per arrivare a temi più generali, a modelli di sviluppo. Parlare di acqua, di nucleare, di decrescita, di diritti legati alla questione economica, di delocalizzazione: solo così si possono mettere davvero in difficoltà i partiti.

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