Centri per migranti, la stampa chiede “LasciateCIEntrare”

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I giornalisti italiani ed europei si mobilitano per ottenere il libero accesso alle strutture di identificazione ed espulsione. Nel nostro Paese il divieto di visitarle non esiste più, ma entrare è ancora difficile

di Valeria Valeriano

“Sono in corso lavori di manutenzione. Quando finiranno si potrà entrare”. Dalla Prefettura di Brindisi, è questa la risposta che ottiene chi chiede di poter visitare il Cie. I centri di identificazione ed espulsione sono delle strutture in cui, in attesa del rimpatrio, vengono “ospitati” fino a 18 mesi gli extracomunitari irregolari destinati all’espulsione. Secondo i dati Caritas/Migrantes, nel 2010 sono state trattenute circa 7mila persone. Ufficialmente gli stranieri non sono reclusi, avrebbero solo l’obbligo di non allontanarsi. Invece subiscono un regime durissimo. Molti di loro non hanno commesso alcun reato. Ma per lo Stato italiano, non avendo il permesso di soggiorno, risultano clandestini. Altri, invece, in carcere ci sono stati. Ed è lì che chiedono di tornare pur di non restare nei Cie. Avere la piena consapevolezza di com’è la vita lì dentro non è facile. I giornalisti, con telecamere, registratori o taccuini, spesso non sono i benvenuti e le loro richieste d’ingresso s’infrangono contro ostacoli o lungaggini burocratiche. Succede in Italia, ma anche nei centri di detenzione esteri. È per questo che in Europa sono nate campagne come “Open access now”, che nel nostro Paese si chiama “LasciateCIEntrare”.

Ostacoli e lungaggini burocratiche sono le difficoltà incontrate anche da Sky.it. La Prefettura di Brindisi, ad esempio, ci ha illustrato per telefono qual è l’iter da seguire per fare richiesta d’ingresso. Ma ha precisato che, in questo momento, le domande vengono respinte a causa di alcuni lavori di manutenzione all’interno del centro. A Torino, Roma, Trapani, Modena, Bari, Bologna e Caltanissetta, dopo vari fax, e-mail e telefonate, ci hanno spiegato che l’attesa per il permesso d’ingresso va da 15 giorni a un mese. Salvo rivolte improvvise all’interno delle strutture, che fanno richiudere qualsiasi porta. Come è successo a Lamezia Terme. La visita era già fissata ma il giorno prima, senza troppe spiegazioni, una telefonata ci ha informati che era saltato tutto. A causa di tensioni interne, pare. Una decina di giorni dopo ci hanno richiamato per dirci che sembrava tutto risolto e che era di nuovo possibile fare richiesta. Anche la Prefettura di Gorizia, qualche settimana dopo aver respinto la nostra domanda, ci ha informati che il centro poteva essere visitato. Discorso a parte per Milano. La “fortezza Corelli” è da sempre inaccessibile ai giornalisti. Tra ristrutturazioni e pericolo rivolte, la risposta per i cronisti è la stessa: “Al momento l’accesso non è consentito, ma siete in lista d’attesa”. Ci siamo da oltre un mese.

Chi ha visitato i Cie, soprattutto parlamentari o Ong, è così che li descrive: “Strutture inadeguate e condizioni di vita impossibili”, “Sembra di essere catapultati in un girone infernale”. Parole simili vengono usate anche dalla Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. L’accesso nei centri di identificazione ed espulsione per gli organi d’informazione era stato vietato dall’ex ministro Roberto Maroni nell’aprile 2011. A dicembre dello stesso anno una circolare del nuovo titolare dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, ha annullato il divieto. Ma la situazione, come si è visto, non si è del tutto risolta. “È un bene che sia stato ripristinato il diritto dei giornalisti a entrare nei Cie, ma ci sono ancora troppi ostacoli da parte dei singoli centri”, ha denunciato Roberto Natale, presidente della Fnsi. A decidere se concedere o meno il permesso di visitare i Cie, infatti, sono le autorità del territorio dove ha sede la struttura. Che spesso si appellano agli unici casi in cui la circolare del Ministero riconosce la possibilità di negare l’accesso alla stampa: lavori di ristrutturazione o manutenzione ordinaria, rivolte interne che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dei giornalisti. La campagna europea “Open access now. Aprite le porte. Abbiamo il diritto di sapere” nasce proprio contro la “discrezionalità con la quale vengono trattate le richieste” e l’impossibilità che ancora di fatto esiste di visitare tutte le strutture. In Italia la mobilitazione, che si chiama “LasciateCIEntrare”, aveva portato centinaia di giornalisti, avvocati, sindacalisti e volontari a protestare davanti alle strutture già il 25 luglio 2011, quando l’ingresso nei centri di identificazione ed espulsione era bandito. Ora che il divieto dovrebbe essere caduto, invece, l’obiettivo è quello di impegnarsi a visitare e raccontare i Cie italiani. Molti giornalisti hanno raccolto l’appello e hanno fatto richiesta d’ingresso. Ma le autorizzazioni accordate sono state poche. Anche i promotori della campagna sono riusciti a visitare solo alcuni centri, tra cui quelli di Bari e Trapani. In entrambi i casi si sono trovati di fronte a “condizioni di vita disumane”, a situazioni di “estremo degrado strutturale, igienico e sanitario”. “Ai migranti manca tutto – hanno raccontato –: un defibrillatore, un luogo di culto, una sala mensa, l’assistenza sanitaria e legale, il contatto con i familiari. Vivono in stanze spoglie e hanno bagni fatiscenti. L’opinione pubblica deve saperlo. Noi dobbiamo poterlo raccontare”.

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