Sanità in Lombardia, Daccò: "Avevo referenti anche a Roma"

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Il faccendiere in carcere per il caso della Fondazione Maugeri e del San Raffaele in un interrogatorio svela la sua rete di contatti. Intanto L'Espresso rivela: Roberto Formigoni ha trascorso con l'uomo d'affari anche una vacanza in Brasile

Pierangelo Daccò aveva "referenti politici importanti anche a Roma" e non solo ai piani alti della Regione Lombardia e in Sicilia. Referenti a cui l'uomo d'affari, vicino a Roberto Formigoni, poteva rivolgersi quando aveva bisogno per risolvere i problemi dei rimborsi per la Fondazione Maugeri accanto all'assessore o al direttore generale di turno al quale a Natale e a Pasqua regalava pacchi con dentro la colomba, il vino, i fichi secchi o il panettone. Essendo lui non un tecnico ma un "esperto nella frequentazione ormai da trentaquattro anni di tutti i meandri regionali per quanto riguarda la sanità". Mentre la Procura, durante l'udienza preliminare per il caso San Raffaele, insiste per la richiesta di processo per l'uomo d'affari, spunta il verbale dell'interrogatorio reso da Daccò lo scorso 17 aprile davanti a Vincenzo Tutinelli e ai pm Laura Pedio e Antonio Pastore per la vicenda con al centro l'ente con sede a Pavia e per il quale ha ricevuto il terzo provvedimento d'arresto.

Repubblica: "La foto che prova le vacanze di Formigoni" -
Intanto Repubblica pubblica una foto che "per la prima volta prova con certezza la vacanza del governatore lombardo" ai Caraibi (LA RASSEGNA STAMPA). Una delle vacanze che secondo quanto risulta agli atti, sarebbero state pagate proprio dal faccendiere. Nello scatto si vede un uomo in costume sulla spiaggia che secondo il quotidiano sarebbe Roberto Formigoni. Un dettaglio che si aggiunge alla rivelazione dell'Espresso secondo cui il presidente della Regione avrebbe trascorso con Daccò anche una vacanza in Brasile, nel 2007.

L'interrogatorio di Daccò -
Nell'interrogatorio, depositato al Tribunale del Riesame in vista dell'udienza sulla richiesta di revoca della misura cautelare per lui e per il suo "amico" ed ex assessore regionale Antonio Simone ("c'è un sodalizio che dura da vent'anni"), Daccò ha spiegato in che cosa consisteva quel lavoro - per i suoi legali attività di lobbying - che gli ha permesso, sostengono gli inquirenti, di sottrarre 70 milioni di euro alle casse dell'ente, tramite contratti 'fantasma' per consulenze nel campo della ricerca scientifica. Una cifra consistente che, complici i vertici e i consulenti della Maugeri, tra il 2004 e il 2011, è stata 'dirottata' all'estero, questa l'ipotesi, per creare fondi neri.

I servizi offerti da Daccò -
Ecco allora che ne viene fuori un quadro di una persona che ha offerto "servizi" di cui "c'era bisogno", altrimenti, come gli aveva detto Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Fondazione, anche lui ora in carcere, "saremmo saltati". Daccò sostiene che "il lavoro non era fittizio" e che puntava a risolvere contenziosi per tariffe non pagate per le prestazioni erogate. Come il primo incarico avuto nel '97-'98 relativo a 23 miliardi di lire. "Allora riuscii a sbloccare questa situazione andando a parlare con il direttore generale di allora che, se non ricordo male era Beretta. Sì. Non mi ricordo più se Botti (Renato, ndr) o Beretta (Francesco, ndr)".
Un lavoro pagato dalla Maugeri dopo "la decisione" regionale con una "percentuale" in rapporto "all'affare", lavoro sul quale ora si allunga l'ombra della corruzione. Lo testimonia una domanda buttata là dal giudice: "Senta, lei ha mai dato denaro a soggetti collegati alla Regione Lombardia?" E lui: "Io in vita mia non ho mai dato denaro a nessuno, se non purtroppo a una persona che non c'è più".

I rapporti con Miccichè e Cuffaro -
Al di là dell'esistenza o meno di mazzette - un capitolo su cui gli inquirenti stanno scavando - dal verbale di Daccò emerge la figura di un faccendiere che ha costruito società di cui non ricorda nemmeno il numero e che lavorava "molto", come lui stesso ha detto, "sull'umano, sul rapporto" con addentellati in Regione Lombardia "dove mi conoscono tutti" e dove per le Feste comandate faceva distribuire "un pacco a Natale e una colomba a Pasqua (...). Lucchina (l'attuale direttore generale della Sanità, ndr) - ha aggiunto - me l'ha mandato indietro due anni, gli altri (direttori generali, Ndr) no. Poi dopo l'ha ripreso". E quando aveva bisogno entravano in scena "referenti politici importanti a Roma (...), come il senatore, ora morto, Romano Comincioli del Pdl e Miccichè, che è un amico; Pippo Fallica, che è un altro amico". Mentre in Sicilia c'erano anche l'ex Governatore Totò Cuffaro, ora in carcere per mafia, e l'ex sindaco di Palermo Cammarata.

La Cassazione: "Non è provato che Daccò fosse a conoscenza dello stato del San Raffaele" -
Intanto giovedì 26 aprile, durante l'udienza preliminare, Daccò assieme all'ex direttore amministrativo del San Raffaele Mario Valsecchi e ad altre cinque persone, si è visto rinnovare la richiesta di processo. Nel frattempo la Cassazione nelle motivazioni con cui tempo fa gli aveva annullato il primo provvedimento di arresto per concorso in bancarotta ha spiegato che non è stato provato che il faccendiere fosse a conoscenza dello "stato di decozione" del gruppo fondato da Don Verzè, al quale sarebbero stati sottratti 45 milioni per creare fondi neri per circa sette milioni.

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