Centri d'identificazione ed espulsione: ecco cosa sono i Cie

Un particolare del Cie di Bologna
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Sono "strutture inadeguate" denuncia la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. E aggiunge: "Non sono la soluzione all'immigrazione irregolare". I rimpatri incidono solo per l'1% sul totale dei senza permesso

di Pamela Foti

"Le condizioni di vita nei Cie sono precarie. Manca un sistema di garanzie di rispetto dei soggetti trattenuti e adeguate condizioni di trattenimento". E' quanto denuncia la Commissione del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani nel “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti” approvato all'unanimità il 6 marzo scorso.
I Cie sono peggio del carcere, perché nei Cie il tempo è vuoto e la vita non ha valore" afferma il presidente della Commissione Pietro Marcenaro dopo aver effettuato sopralluoghi nelle strutture insieme ai firmatari del documento.

I Cie sono gli ex Centri di permanenza temporanea ed assistenza. Sono strutture destinate al trattenimento degli stranieri extracomunitari irregolari e destinati all'espulsione. Sono 12 gli impianti attivi in Italia e sono distribuiti da nord a sud, da Gorizia a Trapani (il Cie di Caltanissetta è rimasto chiuso fino al mese di marzo; è invece slittata a metà maggio la riapertura di quello di Crotone). L'obiettivo dei centri è evitare la dispersione degli immigrati senza regolare permesso di soggiorno sul territorio e consentirne il rimpatrio. Ma è sempre "obbligatorio tener conto della dignità delle persone. Nessun essere umano può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti come si configurano i lacci ai polsi e alle caviglie e lo scotch sulla bocca” afferma Marcenaro facendo riferimento al recente caso di cronaca che ha scosso l'opinione pubblica. Sempre più spesso si sente parlare di violazione dei diritti, abusi e violenze sugli immigrati rinchiusi nei Cie. Ma anche di casi di autolesionismo, rabbia e rivolte che scoppiano dentro le mura recintate di questi casermoni in cemento, dove ancora oggi però i giornalisti non possono entrare. Una circolare del ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha di fatto cancellato il divieto di accesso alla stampa voluto dall'ex titolare del Viminale Roberto Maroni e rimasto in vigore fino al dicembre 2011. In realtà, però, l'ingresso a Centri resta off limits. Per questo gli operatori dell'informazione si sono mobilitati dando vita alla campagna "LasciateCiEntrare".

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno al 20 dicembre 2011, sono oltre 1000 gli immigrati trattenuti e in attesa di rimpatrio. Sono uomini, donne, transessuali, bambini che vivono in uno stato di promiscuità. All'interno di questi capannoni con le inferriate alle finestre, spiega il Rapporto di Medici Senza Frontiere sui centri per migranti, "convivono vittime di tratta, persone in fuga da conflitti e condizioni degradanti, affetti da tossicodipendenze, oppure stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro (non regolare), una casa e la famiglia”. Per essere rinchiuso in un Cie, infatti, non è indispensabile aver commesso alcun reato penale.

La questione è che "il problema dell'immigrazione irregolare non si risolve con i Centri di identificazione ed espulsione" afferma la Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. La vera emergenza, aggiunge, è che "le persone vengono private delle libertà personali, e i ragazzini spauriti vivono fianco a fianco con delinquenti incalliti, dove i migranti vengono tenuti in gabbie". I rimpatri degli stranieri trattenuti, poi, hanno un peso irrisorio sul totale della popolazione in condizione d'irregolarità.
Come riportato nell’ultima edizione del Dossier statistico sull’immigrazione di Caritas/Migrantes, "i 7.039 immigrati transitati nel 2010 attraverso uno dei centri sparsi sul territorio nazionale incidono per appena l'1,2% sul totale dei circa 544mila stranieri irregolari stimati dall'ISMU (Iniziative e studi sulla multietnicità) all'inizio del 2010".
E i costi non sono indifferenti. Per ogni cittadino lo Stato paga 5 biglietti aerei, uno per la persona immigrata illegalmente e due, andata e ritorno, per gli agenti delle forze dell'ordine che li accompagnano. A questa spesa vanno aggiunti i costi di gestione delle strutture e quelli di permanenza degli irregolari. Il decreto legge n. 89 del 23 giugno 2011 ha infatti esteso i tempi di trattenimento nei Cie da sei a 18 mesi. Un periodo di tempo sospeso, riempito dalla totale insicurezza e trascorso in strutture non adeguate che, afferma il Rapporto della Commissione del Senato, può avere “conseguenze sulla salute fisica e mentale dei trattenuti”.

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