"Come i carbonari": la Resistenza raccontata dai partigiani

Particolare della copertina del libro (fotografia di Keyston/Getty Images)
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Il timore di essere scoperti e fucilati, l'attesa penosa prima delle operazioni, il rapporto con la popolazione civile: Isbn ripubblica la testimonianza di Giovanna Zangrandi, staffetta nelle Dolomiti dal 1943. Leggi un estratto del libro

di Giovanna Zangrandi

C.*, 9 ottobre


Sono passati abbastanza giorni di attesa, un mese esatto se guardi al calendario, un mese di inerzia penosa, piena di malata inquietudine. L’occupazione tedesca è pacifica, quasi ovvia, benvista dagli oriundi. Ma tuttavia v’è un attivo: i rapporti con gli altri italiani immigrati si diramano e cementano con esili fili; ora ci chiamano così anche nei comunicati ufficiali, ora hanno organizzata la messa per gli oriundi, con gli inni in tedesco, a orari ben distinti dalla «messa per gli altri» (che saremmo noi, chi ci va).
Hanno divisa anche la scuola, nella sede centrale sono accettati solo i bambini oriundi puri (e stanno litigando per accettare quelli di nome oriundo e madre italiana).
Per i nostri, inizialmente, non vi fu nessun provvedimento, restassero pure a casa analfabeti come gli italiani dal ciuccio sotto al paglione; poi un’anziana maestra ex fascista e moglie di un funzionario ex fascista, s’è battuta selvaggiamente per installare una scuola per i nostri bambini, le hanno assegnato uno squallido alberghetto fallito, ora funziona, i maestri che insegnano forse non avranno mai paga o chissà quando, ma sono armati di un grande entusiasmo.
Ora nessuno rinfaccia alla signora il suo ex fascismo militante, anzi: siamo troppo pochi qui e mal messi per poter litigare, si dice noi, come fossimo senza passato. Sono miracolosamente crollati anche i piccoli clan regionali, il dolore non ha regioni.

Donna Fede, una signora che disapprovava assai i miei carrettini e bidoni, ora corre lei in stazione trascinando sacchi di patate bollite e pentoloni di minestra per certi gruppi di prigionieri italiani accantonati qui in giro.
I ferrovieri sono meccanicamente diventati il centro del nostro tentativo di lotta contro il nazismo, contro il germanesimo, del nostro sogno di cacciarli fuori con le armi in mano. Ci sentiamo ritornati in genere allo stadio carbonaro dell’Ottocento, qualcuno sogna il ruolo di rinato Pisacane e si capisce che «ci saranno anche morti e capestri». Ma veramente «la vita umana pare che conti tanto poco, tanti ne hanno già massacrati sotto macerie e davanti a cannoni, che, uno più uno meno, quel che conta è far presto a finirla e tornare liberi, miserabili fin che vuoi ma liberi».
Frasi e parole così nascono là dove si raccontavano barzellette contro il regime, a trascriverle paiono retorica; se dobbiamo dirle, di solito, cerchiamo di dirle in dialetto per non essere ridicoli; ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di dirle come una impalcatura per orientarvi sopra le azioni. Ma siamo maledettamente pochi, maledettamente soli, zavorrati di impicci morali e di maldestrezza, di elefantiasi, di incapacità e di sbandamenti acquisiti per inerzia, solitudine, mancanza di idee e di scambio delle medesime.

Dobbiamo mettere a pensare le nostre teste, riabituarle a pensare, giudicare, criticare ed autocriticare e siamo come postencefalitici. Noi giovani, noi dal «ferreo corpo sportivo vincitor di gare» anelanti a traguardi, tentiamo a volte di attingere ai vecchi antifascisti (o ai nuovi).
Naturalmente serve, ma spesso ne restiamo disorientati. Alcuni cadorini che ora ci fanno da maestri sono ex anarchici, si scalmanano in parole rivoluzionarie e barricadere e dobbiamo farci in quattro per tenerli calmi o si guasta tutto: contro il nazismo non servono adesso le cinque giornate.
Altri tirano subito fuori un selvaggio ateismo ed urterebbero i tipi conformisti che pure timidamente vengono a noi, tipo la signora dei minestroni. I più preparati e seri e decisi sono alcuni comunisti, alcuni d’essi molto teorici, uno è un funzionario coltissimo in marxismo e leninismo, a noi giovani pare tuttavia che egli si occupi un po’ troppo di carta scritta. Perché parlano di grandi gruppi di soldati italiani rimasti liberi ed armati, di resistenza al tedesco e sbatterlo fuori appena ci si possa organizzare. E tutti sogniamo di avere, trovare armi, esplosivo, ecc.

Certo è ben strambo questo nostro povero «risorgimento »… non me la sento di metterci la maiuscola. E viverlo giorno per giorno, ora, agli inizi clandestinissimi qui (più che in Italia occupata dai tedeschi, in questa Italia fatta diventare Reich, oltreconfine) è ben singolare: Cristo, se è diverso e piccino e miserabile e lontano dalla Storia che si leggeva sui libri. Ma quella, alla fine, chiudevi il libro, questo ti ci senti preso come quando si casca in una gran cotta per un ragazzo. E questa qui è mapeggio e senti che non te ne libererai più anche se ci resterai viva. Esisteva il mio paese = Italia, la mia gente e adesso la cotta ce l’ho presa, l’avevo nel sangue, è sbroccata fuori, ti resterà nel sangue.

È arrivato in piazza un camioncino di prigionieri italiani rastrellati chissà dove, si sono fermati davanti alla chiesa del loro Dio, dove ora se entriamo noi italiani ci guardano male e sputano nel fazzoletto, certuni.
La scorta germanica a turno va a bere. Alcuni di «noi» ci avviciniamo a questi là sul camion; facce spaventate, divise dalle mostrine strappate. Ci dicono che da ventiquattro ore li sbattono qua e là senza mangiare né bere. Chiedono aiuto. Una ragazza oriunda corre in un bar a prendere da bere, un’altra mezzosangue di oriundi, ma assai italiana di sentimenti (era con me nella squadra sciatrici) par come matta e piange, corriamo assieme dal vicino fruttarolo (altri viveri fuori tessera e così in fretta non si troverebbero).
Chiediamo una gabbietta di mele ed una di uva dicendo che verremo poi a pagarla, ora non c’è tempo. Il fruttarolo è un ferrarese, ex fascista, ci porge le gabbiette e dice: «Per carità, non parlate di pagare, guai! Dategliele, Dio, dio e non si può fare altro».

Dall’albergo di fronte son corsi fuori a portare del preziosissimo pane. Parlamentiamo in buon tedesco ossequioso con le sentinelle che dicono di dare, ma far presto e niente trucchi.
Va bene, si dice, e si sporge quella poca roba e parole silenziose senza suono dette con gli occhi. Dal marciapiede vicino ci sta a guardare un vecchio benestante oriundo (ha una industrietta che si è fatta servendo clienti in maggioranza italiani), guarda e freme, gli si affianca un altro giovane oriundo, la moglie di costui è una veneta che si mette ad aiutarci, temiamo che da un momento all’altro il camion si riavvii: temiamo che a buttar su la roba in massa la fame li faccia bisticciare e si combinino guai. Il vecchio ci guarda indignato dal marciapiede, scoppia quando vede la signora col pane: «Anche tu! E date da mangiare roba buona a quei porci che hanno tradito, italienische Schweine» dice per farsi capire e beneamare dai vicini gendarmi. E costoro lo guardano, statue immobili, indifferenti, pietra.
Lui, incompreso, si infuria di più e grida e sputa per terra.

Il marito della sposa approva e viene avanti e la strappa via in malo modo, la insolentisce e dice «puttana italiana», vanno via, mentre il camion si muove.
Occhi umani che vanno, là sul camion e quelli della sposa, l’ultima occhiata a me, non so cosa c’era dentro; gli occhi della mia amichetta Sandrina pieni di lacrime. Salto in bicicletta e fuggo, ormai non serve, è dannoso stare qui ad esibirsi. Bisogna scomparire dalla piazza, via, non guardare il vecchio, non lasciarsi andare ad una lite, ché poi si finirebbe in galera ed abbiamo bisogno di essere fuori ad agire.
Bisogna tenersi caro l’odio che ci pullula dentro da antiche sorgenti, impasterà il dolore e sarà forza, a un dato punto ci si accorge di amare quest’odio, come un figlio che cresce nell’ulva; eppure è qualcosa anche l’odio.
© Isbn Edizioni s.r.l. Milano

Tratto da Giovanni Zangrandi, I giorni veri. Diario della Resistenza, Isbn edizioni, pp. 286, euro 15.

Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, nasce a Galliera (Bologna) nel 1910. Dal 1934 fino alla morte nel 1988 vive nel Veneto, tra Cortina e Borca di Cadore. Laureata in Chimica, dal 1937 insegna Scienze Naturali in una scuola di Cortina d’Ampezzo ed anche a Pieve di Cadore. Nel 1943 diviene instancabile staffetta partigiana della brigata garibaldina Calvi.

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