Romanzo di una strage, “Così sono sopravvissuto alla bomba”

Il salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura dove il 12 dicembre 1969 è esplosa la bomba che ha provocato 17 morti
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Fortunato Zinni era in piazza Fontana, a pochi metri dall'ordigno. Con Sky.it commenta il film di Tullio Giordana: "Andrebbe proiettato nelle scuole". La scena dei funerali? "Impossibile ricostruire l'atmosfera. Quelle immagini hanno salvato l'Italia"

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"Romanzo di una strage", il racconto di Piazza Fontana

di Alberto Giuffrè

Un'esplosione, poi il buio. "Una sensazione strana perché ero abituato a quel grandissimo lampadario che pendeva dalla volta. Poi la prima cosa che ho visto è stata un braccio, poggiato su un ripiano. Mi sono messo a correre verso l’uscita e mi sono fermato davanti a un bancone dove un telefono stava squillando. Ho alzato la cornetta. Era la questura, volevano sapere cosa fosse successo".

Milano, 12 dicembre 1969 . Una bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana , uccide 17 persone e cambia per sempre la storia d’Italia. Fortunato Zinni ha 29 anni e si trova a pochi metri dall’ordigno. Ne esce senza un graffio ma da quel momento anche la sua vita cambia. Alla prima di Romanzo di una strage , il film di Marco Tullio Giordana da venerdì 30 nelle sale, c’era anche lui. "Sono grato al regista e alla produzione", dice a Sky.it: "Finalmente è stata colmata una lacuna gravissima del cinema italiano". Per la prima volta infatti una pellicola racconta la strage e gli anni successivi: le prime indagini che seguono erroneamente la pista anarchica; le responsabilità dei neofascisti e di pezzi dello Stato, accertate da una sentenza ma che non sono mai riuscite a portare a una condanna definitiva; fino all'uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi , finito a colpi di pistola a pochi passi da casa sua nel 1972 (per il suo omicidio sono stati condannati Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti e Ovidio Bompressi come esecutore materiale).

Il regista non si non sofferma sulle sequenze più violente: sia l'attentato che le morti dei protagonisti avvengono fuori campo. Ma il racconto di Fortunato Zinni è quasi una sceneggiatura parallela. "All’epoca ero un funzionario di banca. Ogni venerdì pomeriggio nel salone di piazza Fontana si svolgeva il mercato degli agricoltori. Io avevo il compito di ratificare le contrattazioni che a volte avvenivano anche solo con una stretta di mano. Quel giorno mi ero allontanato per un attimo dal salone per andare in un’altra stanza". E’ la mossa che gli salva la vita. Proprio in quell’istante, alle 16.37, esplode la bomba . Zinni cade a terra, si rialza e inizia a camminare: "A un certo punto mi si è aggrappato ai pantaloni un signore che chiedeva aiuto. L’ho rivisto due mesi dopo e mi ha restituito la cinghia dei pantaloni. Sostiene che io gli abbia legato il moncherino. Ma io non ricordavo di avere fatto una cosa del genere. E’ l’unico momento dell’esplosione che non sono mai riuscito a ricostruire". Nel film all’interno della sala si vedono una quindicina di persone: "In realtà erano più di 100. Era difficile accorgersi di un uomo che entra e piazza l’ordigno". Comunque, fa notare, "in questi anni non sono mai stato interrogato dagli inquirenti".

Inevitabile che per Zinni la scena dell’esplosione nel film abbia un formidabile impatto emotivo. Ma l’ex funzionario di banca è rimasto toccato soprattutto da altri momenti dalla forte carica simbolica: “Ad esempio il vuoto creato attorno alla madre di Giuseppe Pinelli (il ferroviere anarchico morto cadendo da una finestra della questura dopo tre giorni di interrogatori ndr ); il commissario Luigi Calabresi, lasciato da solo, nel momento più difficile; e ancora: uno dei colloqui tra Aldo Moro, allora ministro della Difesa e Giuseppe Saragat, presidente della Repubblica .

E poi ci sono i funerali delle vittime, che Tullio Giordana racconta attraverso filmati di repertorio. Fortunato Zinni ricorda bene quei momenti: "La piazza piena. Un silenzio tremendo che è un urlo assordante: niente applausi. Ho attraversato quel corridoio fatto di persone. Sentivo i loro sguardi, quasi mi sollevavano da terra. Quella gente era lì con le lacrime agli occhi. C'era la borghesia e c’erano gli operai. Sono immagini impossibili da ricreare in un film. Sono le immagini che hanno salvato il Paese".

Zinni che ha lavorato a lungo nel sindacato e adesso fa il sindaco di Bresso , alle porte di Milano, ha parlato a lungo con il regista e gli sceneggiatori. Ha raccontato loro tutto, così come continua a fare da 43 anni a questa parte negli incontri con gli studenti e come ha fatto nel libro Piazza Fontana: nessuno è Stato (Maingraf Editore) . Non ha voluto assistere alle riprese o avere anticipazioni: "Ho preferito dare un giudizio solo a opera completata".

Prima ancora di arrivare nelle sale Romanzo di una strage ha fatto discutere. Sui giornali non sono mancate le critiche da parte di alcuni testimoni dell'epoca o di persone coinvolte. "Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia. Invece la verità storica c'è, eccome", ha detto Mario Calabresi, direttore della Stampa e figlio del commissario ucciso, in un'intervista al Corriere . Sulle stesse colonne sono arrivati giudizi severi da parte di Corrado Stajano : "I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca non avranno da questo film lumi per capire. Giustizia non è stata fatta", ha scritto il giornalista e scrittore che ha seguito da vicino gli eventi del 1969. Alle critiche Tullio Giordana ha risposto, con una lettera pubblicata dal Corriere, che "il vero senso del film è il suo tentativo di spiegare ai ragazzi d'oggi cos'è stato quel tempo e quell'età, non mi sorprendo che chi l'abbia vissuta possa criticarlo. Me l'aspetto, l'ho messo in conto".

Nel mirino di Stajano è finito anche il libro del giornalista Paolo Cucchiarelli dal quale il film è "liberamente tratto". Un testo in cui si parla anche di una doppia bomba a piazza Fontana: una senza intenzioni micidiali, un'altra che cercava il massacro. Una tesi che Adriano Sofri sul Foglio definisce "delirante". A Zinni non sembra che il regista faccia propria la teoria. E comunque: "Io c’ero e ho sentito una sola esplosione".

Zinni si augura infine che la pellicola venga proiettata in tutte le scuole. "I miei due figli, nati nel ’71 e nel ’74, sono sempre stati incuriositi dalla storia ma non hanno mai voluto partecipare a una commemorazione pubblica. Alla prima del film, però, mi hanno voluto accompagnare e si sono seduti accanto a me. E’ stato abbattuto un muro".

Guarda l'intervista di SkyTG24 a Marco Tullio Giordana

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