I giudici: "La Fiat voleva liberarsi dei 3 operai di Melfi"

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Depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte di Appello di Potenza ha condannato l'azienda per il licenziamento avvenuto nel 2010: "Pregiudizio per l'azione e la libertà sindacale"

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Il licenziamento dei tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi, avvenuto nel 2010, con l'accusa di avere bloccato la produzione, mirava in realtà a sbarazzarsi di alcuni sindacalisti della Fiom.
Lo scrivono i giudici della Corte d'Appello di Potenza nelle motivazioni della sentenza del 23 febbraio scorso, che condannava la condotta antisindacale della Fiat nello stabilimento di Melfi e reintegrava al lavoro i tre operai.
I licenziamenti erano "nulla più che misure adottate per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizione di forte antagonismo, con conseguente immediato pregiudizio per l'azione e la libertà sindacale", si legge nelle motivazioni.

La vicenda - I tre operai, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, delegati Fiom, erano stati licenziati con l'accusa di aver sabotato la produzione durante uno sciopero, bloccando i carrelli.
I giudici hanno detto di avere verificato che "il modo di rapportarsi" dei responsabili aziendali con i tre lavoratori "non è stato così tranquillo come la società sostiene".
La Fiat ha reagito alla sentenza di reintegro ammettendo i tre operai all'interno della fabbrica, ma senza farli avvicinare alla linea produttiva, sostenendo che non intendeva avvalersi della loro prestazione di lavoro.
Gli avvocati della Fiom stanno valutando se presentare in procura a Potenza un esposto denunciando l'inottemperanza della sentenza.

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