Immigrazione, “chi nasce in Italia non può stare nei Cie”

1' di lettura

È la decisione di un giudice di pace di Modena che si è pronunciato sul caso di due fratelli, nati nel nostro Paese da genitori bosniaci, rinchiusi nel centro da febbraio. Arci: “Sentenza storica”. Il Pdl: “Ormai ognuno s’inventa le sue leggi”

Guarda anche:
Centri di accoglienza? Meglio la galera
Medici senza Frontiere, i centri per i migranti sono carceri

Chi nasce in Italia, anche se da genitori stranieri, non può essere trattenuto nei Cie. È quanto ha stabilito un giudice di pace di Modena, che si è pronunciato sul caso di Andrea e Senad: due fratelli di origine bosniaca, ma nati in Italia, rinchiusi nel Centro di identificazione ed espulsione modenese dal 10 febbraio scorso. È la prima volta che, nel nostro Paese, questo principio viene affermato da un magistrato. “È una sentenza storica”, è il commento di Arci. “Ognuno s’inventa le sue leggi”, ribatte il Pdl. Andrea e Senad hanno lasciato il Cie. Il decreto di espulsione a loro carico, emesso dal prefetto di Modena, è stato annullato.

La storia. I due giovani, di 23 e 24 anni, sono nati e cresciuti a Sassuolo. Sono finiti nel Cie della città emiliana dopo che i loro genitori, scappati dalla Bosnia a 14 anni durante la guerra civile, hanno perso il lavoro e si sono ritrovati senza permesso di soggiorno. Lo scorso febbraio, racconta la questura di Modena, i due fratelli sono stati fermati “durante mirati servizi volti al contrasto dei reati predatori, in particolare dei furti in appartamento”. Dai controlli, spiegano, “emerse che erano destinatari di diversi provvedimenti coercitivi, in alcuni casi a seguito di sentenza passata in giudicato, nonché di misure di prevenzione disposte dal questore pro tempore”. Per questo motivo la polizia, “nel rispetto della normativa vigente”, adottò due provvedimenti di espulsione poi annullati. “L’assurdità della nostra storia è che non possiamo essere espulsi perché la Bosnia non sa neanche chi siamo”, hanno scritto circa un mese fa in una lettera indirizzata alla Corte europea dei diritti dell'uomo e al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. I due giovani, infatti, non sono mai stati naturalizzati dai genitori, entro la maggiore età, all'ambasciata bosniaca. Ora, fa sapere ancora la questura, si “valuterà l'opportunità di disporre ulteriori misure di prevenzione”. Per adesso Andrea e Senad sono liberi. “Dicono che ho commesso reati, ma per quei reati ho già pagato: allora se è così anche gli italiani che hanno dei precedenti devono stare qui?”, si chiede Senad all’uscita dal Cie. E Andrea commenta: “Extracomunitario? Io mi sento un italiano che non ha potuto fare i documenti”.

Il caso politico. Per chiedere la liberazione di Andrea e Senad erano stati organizzati presidi e manifestazioni. “Occorre cambiare, e in maniera celere, la Bossi-Fini”, aveva dichiarato Kyenge Kashetu, consigliera provinciale del Partito democratico e responsabile nazionale della rete Primo marzo. I consiglieri regionali del Pd, Luciano Vecchi e Palma Costi, avevano presentato un'interrogazione urgente in Consiglio regionale dell'Emilia Romagna per chiedere alle istituzioni “di mettere in atto tutte le azioni possibili per pervenire al loro immediato rilascio”. Sulla questione era intervenuto anche il senatore del Pdl, Carlo Giovanardi. “È bene chiarire – aveva detto – che si tratta di due pluripregiudicati: hanno commesso reati gravi e sono nel Cie non per l'identificazione, ma per la loro pericolosità sociale”. Qualche giorno dopo il portone dell’ufficio modenese dell’ex ministro era stato imbrattato con una scritta: “Giova brucerai all'inferno”.

Sentenza “storica” o “creativa”? La decisione del giudice di pace ha scatenato di nuovo commenti e polemiche. “È una sentenza di grandissima importanza – dicono Greta Barbolini, presidente di Arci Modena, e Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci –. Arriva all'indomani della consegna, da parte della campagna ‘L'Italia sono anch'io’, di oltre 100mila firme per una legge di iniziativa popolare che riforma radicalmente l'attuale normativa sulla cittadinanza. Questa decisione conferma un principio fondamentale e largamente condiviso dall'opinione pubblica: chi nasce e vive in Italia non può essere considerato straniero. Da oggi gli oltre 500mila giovani nati qui, e i familiari con loro, non devono più temere di venire improvvisamente rinchiusi in un Cie o espulsi”.
Umore diverso per il Pdl. “È una sentenza creativa. L'ennesima invasione di campo di un magistrato che invece di applicare la legge se la inventa secondo le sue personali convinzioni”, ha detto Carlo Giovanardi. “Ricordo – continua – che si tratta di due pregiudicati per furto, furto aggravato, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, danneggiamento aggravato, guida di veicoli senza patente, minaccia. Chi adesso se ne farà carico garantendo alla collettività che nessun cittadino sarà vittima di reati predatori come quelli commessi dai due giovani in passato?”. Stessa linea per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati del Pdl, che annuncia la presentazione di un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia, Paola Severino. “Ormai ognuno s’inventa le sue leggi – dice – evidentemente in questo Paese il Parlamento conta poco o nulla”.

Leggi tutto