Cash mob, l’anti Groupon per aiutare i negozi in crisi

Un flash mob organizzato a New York - Getty Images
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Per contrastare la recessione e l’effetto low-cost delle offerte online, negli Stati Uniti prendono piede raduni spontanei a supporto delle attività commerciali che rischiano di chiudere. In arrivo anche in Italia il prossimo aprile

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di Nicola Bruno


Il primo appuntamento in Italia è per il 14 Aprile a Milano, in piazzale Bacone. Come vogliono le regole del gioco, solo all’ultimo istante sarà reso noto qual è l’esercizio commerciale da prendere di mira tutti insieme alle ore 18 in punto. Quando un gruppo di cittadini varcherà la soglia del negozio e inizierà a mettere mano al portafogli per comprare a più non posso. Magari davanti alla faccia incredula del gestore che - come prevedono sempre le regole - è stato scelto proprio perché in difficoltà economica e a rischio chiusura.

Nati come raduni collettivi puramente goliardici, i flash mob sono presto stati declinati in mille direzioni diverse (dai baci alle cuscinate di gruppo, passando per sit-in di nudismo e i rave silenziosi), fino a trovare un sempre più frequente utilizzo come strumento di attivismo politico. Solo in Italia, ad esempio, ne sono stati organizzati di diversi per dire no al nucleare, all’inquinamento, ai tagli nella scuola, alla camorra e finanche a Ruby e il bunga-bunga. Ora negli Stati Uniti - il paese in cui sono nati nel 2003 - c’è chi prova ad andare oltre la semplice protesta e a farli diventare un modo per cambiare il mondo, a cominciare da piccoli gesti.

E’ questo infatti lo scopo dei cash mob, le azioni di acquisto collettivo ideate da Andrew Samtoy e Christopher Smith per supportare i negozi più colpiti dalla crisi. Dopo la mobilitazione lanciata online, il 16 Novembre 2011 a Cleveland si sono tenuti i due primi cash mob. Alle ore 18 in punto un gruppo di cittadini si è ritrovato in un luogo prestabilito e ha seguito le istruzioni dell’organizzatore (riconoscibile da un cappello da pinguino) che li ha invitati a invadere la libreria indipendente Visible Books e il ristorante Bac. Davanti allo sguardo sorpreso dei proprietari, hanno acquistato libri e cibo per circa 1500 dollari in una sola serata.

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Grazie all’attenzione ottenuta online e su importanti emittenti televisive (si veda questo servizio della CNN) i cash mob si sono subito sparsi a macchia d’olio in decine di altre città degli Stati Uniti, fino a superare anche l’Oceano e raggiungere l’Europa, dove sono partiti diversi gruppi spontanei in Austria, Gran Bretagna, Svezia, Germania. L’ultimo arrivato è appunto il gruppo milanese che - come spiega uno degli organizzatori a Sky.it – è nato per dare una risposta “allo sgretolamento del tessuto commerciale della città in cui viviamo...via dopo via. I cash mob non sono ovviamente LA soluzione ma un piccolo antidoto sì”. Per questo motivo si è deciso di partire da un esercizio commerciale che “vende prodotti per tutti, ‘produce cultura’ e non merita di scomparire a causa di un raddoppio di affitto”.

Mentre è stato organizzato un “International Cash Mob Day” per il 24 Marzo, c’è chi già parla di fenomeno anti-Groupon e chi ha realizzato un calcolatore online per dimostrare quale può essere l’impatto sulle comunità se tutti i cittadini decidessero di acquistare prodotti locali. Per una città di 500mila abitanti, ad esempio, si parla di un indotto di 68milioni di dollari l’anno.
Eppure, non tutti sono d’accordo sulla bontà dei cash mob come rimedio alla crisi. Come ha spiegato l’economista Bernhard Schroeder dell’Università di San Diego, “più che ai gestori di piccoli negozi, i cash mob portano benefici soprattutto alle persone che li organizzano. Vogliono dare una mano ai commercianti locali, ma lo fanno in un modo che non è davvero sostenibile”.

Di fronte a queste critiche anche l’ideatore dei cash mob Andrew Samtoy ha in parte ridimensionato la portata del fenomeno: “Se un negozio fa affidamento solo sui cash mob forse ha più problemi di quanti un mob può risolvere. I cash mob vogliono essere solo un supporto one-shot; non possono essere ripetuti per rendere sostenibile un’attività”.

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