Cileno ucciso, l’amico che fuggiva con lui: non avevamo armi

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“Quel giorno siamo scappati perché siamo clandestini” ha raccontato agli inquirenti. Il collega del vigile, che era presente nell’inseguimento, ha detto al pm che Amigoni “ha sparato a una distanza di sette metri”

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"Non abbiamo mai avuto armi, siamo scappati perché clandestini e avevamo paura di un controllo". Lo ha raccontato, ai microfoni del Tg3 Lombardia, Alvaro Thomas Huerta Rios, il cileno di 25 anni che era assieme al suo connazionale Marcelo Valentino Gomez Cortes che il 13 febbraio a Milano è stato ucciso durante un inseguimento in cui colpito da un proiettile sparato dalll' agente di polizia locale Alessandro Amigoni. Huerta Rios si è presentato in Procura dal pm di Milano Roberto Pellicano ed è stato poi portato in Questura per essere sentito. “Sono distrutto - ha spiegato nell'intervista – più che arrabbiato, perché il mio amico era una brava persona, un bravo padre coi suoi figli. Loro un giorno, da grandi, lo sapranno". E ha aggiunto: "Sono andato in Procura perché non ho niente da temere. Quel giorno siamo scappati perché siamo clandestini e avevamo paura di essere fermati. Mai avuto armi, tutte cose false".

Il collega di Amigoni: “Ha sparato a una distanza di 7 metri” - Davanti al pm Roberto Pellicano il collega dell'agente di polizia locale che era con lui al Parco Lambro durante l’inseguimento. “Amigoni era a "circa 7 metri" dall'immigrato "al momento in cui ho sentito la detonazione dello sparo", ha messo a verbale. Lo ha messo a verbale, davanti al pm di Milano Roberto Pellicano, un collega del vigile che era con lui quel pomeriggio, in zona Parco Lambro. “Proprio a ragione di questa vicinanza l'Amigoni che correva a forte velocità verso questo soggetto non è riuscito a contenere la corsa ed è a sua volta inciampato sul corpo di quest'ultimo" ha spiegato l'agente Massimo De Zardo Lo stesso agente ha chiarito davanti al pm che la fase dell' inseguimento è durata "pochissimo". Appena uscito dalla macchina "ho sentito uno sparo". Si è "avvicinato al soggetto caduto e del tutto inconsapevole circa il fatto che fosse stato colpito da un proiettile ho utilizzato le mie manette su uno dei polsi. L'altro polso - ha chiarito - mi è stato avvicinato dal collega Amigoni in modo da completare l' ammanettamento". Da subito, "è risultato evidente che questi non aveva delle reazioni naturali. Pareva un peso morto". Poco dopo Amigoni "si accorse e mi fece comprendere, sebbene non sia in grado di ricordare le parole esatte da lui adoperate, che lo aveva colpito con lo sparo". De Zardo ha voluto però escludere "a priori che egli abbia mirato per uccidere".

La ricostruzione di Amigoni al pm - Filtrano anche le indiscrezioni relative all’interrogatorio di Amigoni. "Dopo il colpo non ho realizzato che uno dei due fosse stato colpito perché hanno entrambi proseguito la corsa e la persona disarmata si è girata verso di me inciampando e cadendo al suolo” ha raccontato al pm. "Continuando a correre mi sono avvicinato e, appena arrivato presso di lui, questi mi ha tirato un calcio sullo stinco destro facendomi cadere". Amigoni racconta di essersi fatto male e, dopo aver notato un collega vicino al "fuggitivo", di aver rimesso la pistola nella fondina. "La persona respirava autonomamente e non ho visto sanguinamento. Poiché questi si agitava ancora, per evitare che facesse gesti pericolosi io ed il collega lo abbiamo ammanettato". Poi, secondo la ricostruzione, il giovane è stato accompagnato sotto braccio nei pressi dell'auto. In quel momento “mi sono accorto che sanguinava dalla testa in conseguenza probabilmente della caduta". L'agente racconta poi di aver notato un respiro affannoso, quindi di aver tolto all'uomo le manette per agevolare la sua respirazione e di aver detto di chiamare un'ambulanza per i problemi respiratori. Poi, aperta la felpa, Amigoni ha capito di averlo colpito con lo sparo. "Sono sicuro di avere esploso solo un colpo. Ho sparato in corsa ed ho notato la caduta della persona di cui sto parlando solo dopo 4-5 metri di corsa. Egli è caduto non in conseguenza del colpo ma soltanto per avere perso l'equilibrio mentre correva essendosi voltato a guardarci”.

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