Milano, l’uomo ucciso dal vigile è stato colpito alle spalle

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L’autopsia conferma che il giovane cileno è stato raggiunto da un proiettile che è entrato dalla schiena. I colleghi dell’agente Alessandro Amigoni, che erano con lui durante l’inseguimento, hanno detto al pm: “Non eravamo in pericolo”

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(in fondo all'articolo tutti i video sul giovane cileno ucciso dal vigile)

Sembra aggravarsi di ora in ora la posizione dell'agente di polizia locale Alessandro Amigoni, accusato di omicidio volontario per aver sparato e ucciso un cileno di 28 anni nel corso di un inseguimento a Milano. Da una parte, infatti, i primi esiti dell'autopsia sul cadavere hanno fornito una certezza: l'uomo è stato colpito quando era di spalle e quindi presumibilmente mentre stava fuggendo. Dall' altra è emerso che i tre colleghi che erano con il vigile quel pomeriggio di lunedì scorso non solo non hanno mai visto l'altro dei due fuggitivi con in mano un'arma, ma non avrebbero nemmeno percepito una situazione di pericolo.

Nell' interrogatorio davanti al pm di Milano Roberto Pellicano, titolare delle indagini coordinate anche dal procuratore 'capo' Edmondo Bruti Liberati, l'agente aveva cercato, a distanza di poche ore dall'uccisione, di ricostruire come, a suo dire, erano andate le cose. Ha spiegato di essere stato il primo dei quattro agenti in borghese a scendere dalla macchina, dopo che quest'ultima si era scontrata con l'auto dei due fuggitivi, in zona Parco Lambro. Li ha rincorsi per alcune decine di metri, forse una cinquantina. Ha detto poi al pm di aver visto "un revolver a canna corta" in mano a uno dei due (non a Marcelo Valentino Gomez Cortes, che è rimasto ucciso), puntata in direzione di loro quattro. E mentre un altro agente gridava ai due di fermarsi, ha sparato perché - ha detto - lui era il primo della fila: mirando però all'altezza di un "terrapieno" che si trovava a poca distanza. Non in aria perché, ha spiegato ancora, aveva il timore che il proiettile potesse finire chissà dove.

"Ho sparato al terrapieno di modo che si fermassero", avrebbe detto in sostanza Amigoni. Nel frattempo, però, nelle stesse ore di lunedì, i tre colleghi mettevano a verbale una versione diversa, anche se con 'sfumature' differenti tra loro. Poi confermata il giorno dopo, davanti al pm. Da lì il cambio di imputazione, da eccesso colposo in legittima difesa a omicidio volontario. Nessuno dei tre ha visto 'spuntare' un'arma che li minacciava e nemmeno hanno avuto la percezione di una situazione di pericolo. La linea difensiva dell'agente, invece, punterebbe sulla legittima difesa putativa: significa, in sostanza, che Amigoni (rappresentato dall'avvocato Giampiero Biancolella) si era convinto che ci fosse un rischio.

Gli esami autoptici hanno confermato che l'immigrato è stato colpito da un proiettile (con direzione dall'alto verso il basso) che è entrato dalla schiena, all'altezza della scapola, ed è uscito trapassando il cuore. In più, su un polso dell'uomo è stato trovato un segno che sarebbe risultato compatibile con l'aggancio di una manetta. Il cileno, dunque, caduto a terra dopo il colpo potrebbe essere stato ammanettato. Le testimonianze raccolte hanno fornito poi anche un quadro più chiaro sull'intervento della pattuglia: gli agenti si erano messi all'inseguimento dell'auto quando ad un incrocio la macchina che doveva svoltare aveva fatto un movimento sospetto, cambiando improvvisamente direzione. E' per questa ragione che la pattuglia - mandata in quella zona invece per occuparsi di una rissa - si era piazzata 'alle costole' della vettura, che successivamente aveva imboccato anche una via contromano.

La compagna della vittima ha detto a SkyTG24 di esser "sorpresa" del fatto che "questa persona stia ancora lavorando come vigile", e spera che "abbia seguito la promessa del Comune di pagare i funerali e il trasporto della salma in Cile".

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