Uno Bianca, semilibertà per Marino Occhipinti

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Nel 1994 era stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Carlo Beccari. Tra poche settimane inizierà a lavorare per una cooperativa. I familiari della vittima: "Fuori dalla grazia di Dio. Lui deve marcire dentro"

A quarantasei anni, quasi 24 dopo l'omicidio di Carlo Beccari, giovane guardia giurata freddata durante l'assalto ad un portavalori, Marino Occhipinti è semilibero. L'ex poliziotto della squadra Mobile di Bologna con i tre fratelli Savi faceva parte, con un ruolo minore, della banda della 'Uno bianca'.
Tra poche settimane potrà uscire la mattina dal carcere di Padova, dove sconta l'ergastolo dal '94, per andare a lavorare alla Cooperativa sociale 'Galileo'. La notizia della richiesta della misura di detenzione alternativa, raggiunti i termini (con gli sconti) per presentarla, era arrivata alla vigilia dell'anniversario dell'eccidio del Pilastro, il 4 gennaio, e aveva fatto discutere.

I familiari: "Fuori dalla grazia di Dio" - La concessione della semilibertà, in un'ordinanza del tribunale di sorveglianza di Venezia, ora scatena la rabbia dei familiari delle vittime: "Siamo fuori dalla grazia di Dio", reagisce la presidente Rosanna Zecchi.
Il più "avvelenato", come si definisce lui stesso, è Luigi Beccari, anziano padre di Carlo, ucciso nel 1988 davanti alla Coop di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna. "No. Non accetto niente. Lui deve star dentro, deve marcire dentro", si infuria. E' infermo, in carrozzina e, ricorda, ha la moglie con l'Alzheimer in una casa di riposo. "Io ho un figlio morto, sono solo e quel delinquente li' deve star dentro", ribadisce.
"Non che la madre mi telefona da Forlì - continua - chiedendomi di venire a casa mia per domandarmi perdono per suo figlio. Se viene suo figlio a casa mia, lo perdono con una bara. Non esce con i suoi piedi, ma dentro una bara. Ho il coraggio di ammazzarlo, solo così posso star bene".

"Vedremo se scrivere al ministro Severino" - Già il permesso ottenuto nel 2010 da Occhipinti, per partecipare ad una Via Crucis, aveva suscitato polemiche.
Così come le sue scuse a Bologna, per il dolore causato, erano state rispedite al mittente dai parenti. Reazione che ritorna, di fronte all'ordinanza: "Io me lo immaginavo ma speravo che tenessero conto di quello che ha fatto".
A chi ha preso questa decisione "auguro solo di non pentirsene", attacca la presidente Zecchi, lei che era moglie di Primo, ucciso il 6 ottobre del 1990 per aver annotato la targa dell'auto dei criminali che dal 1987 al 1994 si lasciarono dietro 24 morti e oltre cento feriti tra Bologna, la Romagna e le Marche.
"Vedremo cosa fare - ha aggiunto - e con il Comitato vedremo se scrivere una lettera al ministro Severino".
"L'unica cosa che posso dire - ha commentato l'avvocato Milena Micele, che assiste Occhipinti - è che è stata fatta una applicazione rigorosissima della legge in fatto e in diritto, così come quando venne irrogata la sanzione più dura che la legge italiana prevede, cioè' l'ergastolo".
La semilibertà significa "una modifica profonda - ha aggiunto il legale - per una persona che è in carcere da quasi vent'anni, come si può facilmente capire".
L'avvocato ha voluto anche sottolineare "l'assoluto e massimo rispetto per i familiari delle vittime". "Come sempre rispetto le decisioni della magistratura, anche se in questo caso mi sarei aspettato un pronunciamento diverso che tenesse conto delle circostanze e dell'efferatezza di ciò che è stato fatto subire alla città e alle persone coinvolte", ha commentato amaramente il sindaco di Bologna Virginio Merola.

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