Cannoli e polenta: ecco come si festeggia da Nord a Sud

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In un pamphlet edito da Dario Flaccovio Natalia Milazzo passa in rassegna le diversità tra Milano e Palermo, raccontandone i tic e i vizi. A cominciare proprio dalle feste: due modi di essere e di comportarsi agli antipodi. L'ESTRATTO

di Natalia Milazzo

Poche cose sono radicalmente differenti, tra Palermo e Milano, quanto le feste. Il rumore di fondo di una festa a Milano è la musica, che copre i sottili sussurrii degli invitati, intenti a discorrere compitamente tra di loro, divisi in minuscoli gruppi capaci di restare identici per quattro ore.
A Palermo, al contrario, la musica si sente a malapena attraverso i miliardi di decibel delle risate e delle chiacchiere. Mentre i vari gruppi, folti, disordinati e continuamente rimescolati, con ogni evidenza lottano anche per sovrastarsi in volume tra di loro.
A Milano, per quanto sia la capitale della moda, molti giudicano particolarmente elegante andare a una festa vestiti esattamente come in ufficio. E cioè in modo squallido. A Palermo in quasi tutti gli ambienti si conserva l’abitudine di vestirsi bene per l’occasione, spesso con sdrucciolate di gusto un po’ dubbio sul fronte degli ori, dei fiori finti e in genere di tutto quello che luccica.
A Milano, alle feste, la gente tende a parlare rigorosamente soltanto con le persone che già conosce. Un poveretto che non conosce nessuno o si chiama George Clooney o rischia di vagare per tutto il tempo come un’anima dannata, senza uno straccio di compagno con cui scambiare quattro chiacchiere.

Sono circostanze in cui dopo mezz’ora si accoglie con immenso sollievo l’avvistamento di qualsiasi volto noto, fosse anche quello del proprio gastroenterologo. In mezzo ai siciliani, al contrario, per far scattare la conversazione in generale basta uno sguardo, un gesto, un commento sul cibo o sulla musica (posto che si riesca a sentirla). Certo, più che di una conversazione vera e propria si tratterà poi di ascoltare un monologo, in cui il siciliano riverserà a cascata sulla sua recentissima conoscenza tutto quello che gli passa per la testa, purché sul suo argomento preferito: se stesso.
Ma è comunque meglio sentirsi narrare le ultime prodezze del nuovo vivaista nella scelta delle rose per il terrazzo di Mondello, piuttosto che essere abbandonati a un destino di solitudine e silenzio.

Particolarmente antipatico, a Milano, il doppio salto mortale di quelli che di colpo scoprono che lo sconosciuto fino a quel momento ignorato può essere loro utile. Dallo sguardo gelido di indifferenza si passa d’un tratto ai più caldi sorrisi, col carpiato finale di una pronta proposta di invio curriculum.
A Palermo questo non succede mai, per diversi motivi. In primo luogo, se gli puoi essere utile il siciliano non lo scopre di certo in quel momento: lo sa già. In secondo luogo, non ha nessuna intenzione di fartelo capire: coglierà l’occasione di approfittarne più avanti, con garbo, quando sicuramente troverà il modo di far passare l’aiuto richiesto per un favore che in realtà ti sta facendo lui.
Infine, il siciliano non deve cambiare modi di fare, perché tende a essere spontaneamente caldo e cordiale con tutti, sapendo di non avere comunque nulla da perdere.

Se anche, trasportato dal calore della festa, dovesse lasciarsi andare a promesse di qualche tipo (che peraltro tendono a restare scrupolosamente vaghe), non avrà nessun problema, dopo, a rimandarne all’infinito la realizzazione. Fa parte dello spirito locale e nessuno avrà nulla da eccepire. Infine, il buffet. In Sicilia, è l’orgoglio di qualsiasi padrona di casa. Anche se non si tratta di una cena, la padrona nell’accogliervi potrà sottolineare confidenzialmente che “ha cucinato tanto che non cucinerà mai più in vita sua” (e gli ettari di pasta al forno dispiegati su tutti i tavoli lo confermano). Oppure vi farà trovare la casa piena di enormi vassoi carichi di arancine di riso della rosticceria più prestigiosa della città. In generale, farà di tutto perché la bilancia la mattina dopo vi metta immediatamente di cattivo umore.
A Milano, al contrario, la qualità è giudicata più importante della quantità, al punto che se uno non cena per conto suo prima della festa rischia di andare a letto con una fettina di ginger e un rotolino di sushi nello stomaco.
© 2011 by Dario Flaccovio Editore s.r.l.

Tratto da Natalia Milazzo, Cannoli e polenta, Dario Flaccovio editore, pp.256, euro 16

Natalia Milazzo, giornalista, vive e lavora a Milano (purtroppo). Mezza milanese e mezza siciliana, ammette di riunire i difetti di entrambi i popoli. E forse proprio per questo si sente autorizzata a descriverli così liberamente: in fondo, ride anche (e soprattutto) di sé. Ha pubblicato alcuni saggi umoristici, tra cui “Siciliani - Figli di un dio maggiore” (Sonda, 2006).

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