Delitto di Novi Ligure, Erika è libera dopo quasi 11 anni

Erika De Nardo in una immagine del 2006 quando, per la prima volta, è uscita dal carcere per giocare una partita di pallavolo
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Nel 2001, con il fidanzato non ancora maggiorenne, ha ucciso con 100 coltellate la madre e il fratello. Condannata a 16 anni per duplice omicidio volontario premeditato, torna in libertà il 5 dicembre. Passerà il Natale con il padre

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di Valeria Valeriano

“È un delitto di una ferocia senza limiti e senza senso”. Il procuratore di Alessandria, Carlo Carlesi, usa queste parole per descrivere la scena che si trova davanti il 21 febbraio del 2001 in una villetta di Novi Ligure. Lui, come tutti, in quel momento pensa che a uccidere a coltellate Susy Cassini, 41 anni, e suo figlio Gianluca, 11, siano stati “dei rapinatori che non esitano ad ammazzare”. Lo conferma Erika, 16 anni, l’unica a uscire viva dalla casa del massacro. Racconta di due stranieri, forse albanesi. Nessuno immagina che la responsabile del duplice omicidio sia proprio lei, la figlia adolescente. E Omar, il suo fidanzato non ancora maggiorenne. A quasi 11 anni da quella sera d’inverno, lui è un uomo libero. Lei lo diventerà lunedì 5 dicembre, quando potrà lasciare la comunità che la ospita da alcuni mesi.

La vicenda. Succede tutto un mercoledì di febbraio, all’ora di cena. A dare l’allarme è Erika, che ferma un’auto vicino a casa. Dice che una banda di rapinatori armata di coltello è entrata nella villetta. Racconta di essere riuscita a scappare, ma che dentro ci sono sua mamma e il suo fratellino. Suo padre, Francesco De Nardo, direttore dello stabilimento di dolci “Pernigotti” della città, è a giocare a calcetto con gli amici. Quando i carabinieri entrano nella villetta a schiera trovano sangue ovunque: sul pavimento, sui mobili, sulla scala, sulle pareti. Il cadavere di Susy Cassini è al piano di sotto. Quello del piccolo Gianluca è di sopra, nella vasca da bagno piena di acqua rossa. Sono stati uccisi con due coltelli da cucina: 40 coltellate contro di lei, 57 su di lui. “Il bimbo è stato quasi torturato”, dice il procuratore Carlesi.
Erika inizia a costruire la sua verità: “Ero nella mia camera ad ascoltare musica con le cuffie. Saranno state le otto e mezza passate. A un certo punto ho sentito la voce di mio fratello, che stavo aspettando di ritorno con la mamma dai suoi allenamenti. Chiedeva aiuto”. Racconta di come Susy l’abbia salvata. “Mi è venuta incontro gridando: ‘Vai via, scappa, scappa’. Mi si è messa quasi davanti come per proteggermi”. Parla di due uomini stranieri, uno con la barba bianca e uno più giovane. Fornisce anche l’identikit e riconosce la foto segnaletica di un ragazzo albanese che, però, ha un alibi di ferro. In paese, a Novi come in tutta Italia, in molti predicano contro gli immigrati e la criminalità che si porterebbero dietro. Sulle vetrine dei negozi spuntano cartelli che chiedono più sicurezza e meno stranieri. Ma due giorni dopo arriva la svolta: non esiste nessuna banda di extracomunitari. “Il caso è chiuso”, dice il procuratore Carlesi. Gli indici, ora, sono tutti puntati contro Erika e Omar. A incastrarli ci sono le conversazioni telefoniche e quelle in una stanza piena di cimici e telecamere. La ragazza è fredda, lucida. A Omar dice: “Stai tranquillo, non ci prenderanno mai perché sono l'unica testimone”. Si scambiano consigli, mimano l’omicidio, progettano la fuga. Dopo interrogatori lunghissimi i due cominciano a cedere, si accusano a vicenda. Vengono portati nel carcere minorile mentre la folla grida: “Vergogna”. “Mia madre ci ha sorpresi insieme, lui ha reagito come una belva e li ha uccisi”, è la versione di Erika. “Io sono succube di lei, la subivo. Mi ha detto: ‘Se mi ami, colpiscila anche tu’”, è quella di Omar. Solo a ottobre la ragazza ammette per la prima volta di aver partecipato al delitto. Premeditato, secondo la ricostruzione dei Ris di Parma. Il vero obiettivo era mamma Susy, con la quale Erika ha un rapporto difficile anche a causa della relazione con Omar. Gianluca muore perché vede tutto: i fidanzati tentano prima di avvelenarlo con un topicida, poi di affogarlo nella vasca, infine lo accoltellano. Il piano prevede di uccidere anche papà Francesco, ma Omar va via prima che lui rientri dicendo a Erika: “Se vuoi fallo tu”.

Il processo. Erika e Omar vengono giudicati con rito abbreviato. Il 14 dicembre 2001 arriva la condanna. Sedici anni a lei, 14 a lui. Sono riconosciuti colpevoli di duplice omicidio volontario, con le attenuanti generiche e due aggravanti: la premeditazione e, per la ragazza, l'aver “commesso il fatto contro un ascendente e contro un fratello”. Il pm aveva chiesto condanne a 20 e 16 anni. La difesa di entrambi aveva sostenuto l'incapacità di intendere e di volere e quindi la non imputabilità. Nelle motivazioni della sentenza si legge che il delitto era stato premeditato un mese prima: Erika, affetta da un disturbo di personalità, l'ha ideato. Omar non è stato un “burattino”, ma un “adepto, ancorché dubbioso”. Il 30 maggio 2002 la condanna è confermata in Appello, dove quello di Novi Ligure viene descritto come: “Uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria d'Italia”. Poiché “non c’è pentimento”, Erika e Omar rimangono in cella. Il 9 aprile 2003 anche la Cassazione è d’accordo.
A gennaio del 2005 il ragazzo ha il permesso di lasciare il carcere per delle ore di volontariato. All’inizio del 2010 gli viene concesso di lavorare fuori dalla prigione come giardiniere in una cooperativa legata alla Caritas. A marzo dello stesso anno finisce di pagare il suo conto con la giustizia e torna in libertà: come Erika, ha uno sconto di pena di tre anni per l’indulto più altri bonus per buona condotta. Ultimamente i due ex fidanzatini si sono attaccati a distanza con interviste a giornali e tv. Omar, che si sta rifacendo una vita con una nuova compagna, ha chiesto a Erika un incontro chiarificatore per parlare di quanto è successo nel 2001. "Voglio che ci guardiamo negli occhi e che tu mi spieghi perché mi odi tanto", ha detto. Lei ha risposto con una lettera in cui lo accusa di cercare la popolarità, anche andando sulla tomba di sua madre e suo fratello, e lo prega di dimenticarla.

Sotto i riflettori. Erika trascorre la sua detenzione in tre carceri. Prima in quelle minorili di Torino e Milano. Poi, compiuti 21 anni, nella prigione di Verziano, vicino a Brescia. Sin dall’inizio esprime il desiderio di continuare gli studi: si diploma geometra nell’estate del 2004 e ad aprile del 2009 si laurea con 110 e lode in Filosofia con una tesi su “Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici”. I riflettori, nel corso degli anni, si riaccendono spesso su di lei. Poco tempo dopo il delitto qualcuno crea un sito internet intitolato “Erika ti amo” che più volte va in tilt per i troppi contatti. A meno di un anno dal duplice omicidio un operaio-dj racconta in tv di essere il suo nuovo fidanzato, fornendo dettagli sul loro “amore per lettera”. A maggio del 2006 vengono pubblicate le immagini della ragazza che, per la prima volta fuori dal carcere, gioca a pallavolo in un oratorio con altre detenute. Ha i capelli neri, lunghi, stretti in una coda. Sembra un’altra persona rispetto alla biondina che i carabinieri hanno portato via da casa cinque anni prima. A ottobre del 2011 Erika esce dalla prigione per scontare la pena che le rimane in una comunità di accoglienza della Fondazione Exodus, creata da don Mazzi. Il 5 dicembre sarà definitivamente libera. Il suo, dicono educatori e magistrati, è un recupero pieno. “Rimarrà presso la nostra comunità anche dopo – annuncia don Mazzi –. Continuerà a lavorare nel volontariato perché, come mi ha detto lei stessa, vuole continuare a capirsi». Prima, però, passerà il Natale a casa. Con quel padre che, nonostante fosse la terza vittima designata, le è sempre stato accanto e a pochi giorni dal delitto già parlava di perdono. Perdono per quella figlia che ha visto crescere in carcere, dove è entrata adolescente e lunedì uscirà donna.

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