Quando l’appello ribalta la sentenza: il delitto del Dams

Un'immagine di Francesca Alinovi, la professoressa del Dams uccisa a Bologna nel 1983
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L’omicidio di Francesca Alinovi, la critica d’arte uccisa nel 1983, è stato un caso mediatico. Come Perugia. E come nel processo Meredith in secondo grado arrivò il colpo di scena, ma al contrario: Francesco Ciancabilla fu giudicato colpevole. LA STORIA

di Chiara Ribichini

“Sono stati fortunati Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Hanno potuto sfruttare le nuove tecniche scientifiche oggi a disposizione ed è stata proprio quella superperizia sul gancetto del reggiseno e sul coltello a scagionarli. A far saltare in aria tutto il quadro accusatorio. Certo, le cosiddette prove genetiche non sono infallibili e lo dimostra il fatto che a volte possono dare esiti contrapposti. Ma sono un’arma importante che dà delle chance in più all’imputato. Così come le dà il nuovo codice penale che permette, ad esempio, a un avvocato di fare direttamente le domande alle parti, senza la mediazione della Corte. Non solo. L’indiziato ora ha la possibilità di intervenire in tutti quegli esperimenti tecnici, come l’autopsia, dove la presenza del difensore o di un consulente può essere importante. Se fosse stato processato oggi sono convinto che non sarebbe finita così: Francesco Ciancabilla non sarebbe mai stato condannato”. A parlare è Mario Giulio Leone, l’avvocato che ha difeso il giovane artista condannato a 15 anni di carcere, già scontati, per l’omicidio della sua professoressa e amante Francesca Alinovi.

Era il 12 giugno del 1983. Francesca, che a 35 anni era già un’affermata critica d’arte e organizzatrice di mostre, fu ritrovata morta nel suo appartamento di Bologna. Sul corpo 47 lievi coltellate. Nessun colpo mortale. L’ultima persona che l’aveva vista in vita era stato proprio il suo allievo prediletto, 15 anni più giovane di lei, con cui aveva una relazione tormentata da due anni. Il cosiddetto “delitto del Dams” ha avuto per oltre dieci anni una grande risonanza mediatica. Il binomio amore e morte, quell’ambiente di artisti un po’ maledetti: c’erano tutti gli elementi che fanno spesso scivolare la cronaca di un omicidio su un piano molto più vicino a quello del romanzo e che attirano morbosamente l’opinione pubblica. I colpi di scena che hanno caratterizzato il processo hanno fatto il resto. Anche qui, come per il delitto di Perugia, la sentenza fu ribaltata in appello. Ma al contrario: in primo grado Francesco Ciancabilla fu assolto. Poi, in secondo grado, arrivò la condanna. Ma non l’arresto. Nelle ore in cui la Corte d’Assise era chiusa in Camera di Consiglio per emettere il verdetto, infatti, il giovane artista fuggì all’estero. Una fuga che per l’avvocato della famiglia Alinovi Achille Melchionda “fu una tacita confessione”.

La giustizia aveva fatto il suo corso e condannato, al termine di un processo tutto indiziario, a 15 anni di reclusione “il colpevole”, sentenza poi confermata anche in Cassazione. Ma la parola fine sulla morte di Francesca Alinovi arrivò più di dieci anni dopo, quando nel 1997 finì la latitanza di Francesco Ciancabilla. Fu arrestato a Madrid, dove lavorava in un bar sotto falso nome. Ma per Brenna Alinovi, la sorella della vittima, non fu quello il momento della liberazione, del compiersi della giustizia. “E’ tornato un incubo” disse. “Brenna, che ha seguito e sofferto tutto il processo, udienza per udienza, in commosso silenzio, senza commenti, senza interventi, senza manifestazioni emotive contro l’imputato, perduta la sorella, avrebbe voluto perdere anche il ricordo di quella tragedia” racconta l’avvocato Melchionda.

Oggi Ciancabilla è un uomo libero. Ha 45 anni, vive a Pescara fa il pittore. Il suo avvocato continua a ribadire la sua innocenza. “Vicino all’interruttore della luce c’erano delle macchie che io ritenevo di sangue, altri no. Oggi potrebbero essere esaminate”. E accusa il clima colpevolista che si respirava a Bologna di aver influenzato il verdetto di secondo grado. “L’aria in città era irrespirabile. Tutti erano convinti che fosse stato lui ad uccidere Francesca Alinovi. La gente ha fischiato l’assoluzione, come a Perugia”. Se Amanda è stata dipinta da accusa e giornali come una “Venere in pelliccia”, per usare le parole dell'avvocato di Raffaele Sollecito Giulia Bongiorno, Ciancabilla è stato etichettato come un "Bad boy". “La stampa dell’epoca è stata un secondo pubblico ministero”.

Di parere opposto l’avvocato della famiglia Alinovi. “Le perizie tossicologiche e soprattutto quella sull’orologio da polso di Francesca (la carica meccanica secondo i periti dimostrò che la morte avvenne prima delle 19:30, quando Ciancabilla era ancora in casa della professoressa del Dams, per la difesa però la perizia non aveva tenuto conto della carica aggiuntiva degli spostamenti del cadavere, ndr) mi avevano dato la salda ed irremovibile convinzione che stavo accusando un sicuro colpevole. L’assoluzione in primo grado era stata il risultato di una istintiva ed acritica simpatia della giuria popolare, specialmente femminile, nei confronti di un ragazzo indubbiamente attraente”. Quell’aspetto che aveva avvicinato la stessa Francesca. “Bellissima, intelligentissima, donna e professionista, colpevole solo di non aver saputo dominare la propria iniziale attrazione per un suo allievo. Nella mia arringa ho detto che se anche questa debolezza era stata una colpa, ciò nonostante aveva ancora il diritto di vivere” ricorda l’avvocato Melchionda.

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